27 maggio 2012

Attorno all'isolato

Appare, a un certo punto dell’anno, a un determinato angolo di strada. Poi scompare, magari per settimane.
Il freddo, certo. Ma non è detto: qualche volta lo vedi con lo spolverino rosso e il cappuccio in testa, anche se piove e tira vento. Per qualche misterioso motivo, da sei anni a questa parte, non lo incontro mai da vicino, faccia a faccia; è sempre dall’altra parte della strada e devo guardarlo dalla finestra di casa o, più spesso, dal vetro sfuggente della mia auto in movimento. Quando capita da casa, rimango in cucina anche interi quarti d’ora a seguirlo, risvegliando l’ironia divertita dei miei figli. Ma per me è diventato un segno, un muto punto cardinale.
Naturalmente non so come si chiami e nemmeno che cosa lo costringa a quella carrozzina. Immagino una malattia degenerativa e interpreto il suo camminare lento come un corpo a corpo per non arrendersi del tutto, per non darla vinta a nervi e muscoli che non vogliono più saperne del tono di un tempo.
La carrozzina sta davanti, vuota, e lui da dietro la spinge con adagio da mimo: un passo dietro l’altro, un po’ sulle punte, regolare. Tiene la testa bassa, guardando per terra ingobbito: ciclista in piena faticosa salita, ritorto sul manubrio. Ogni tanto, alza lentamente la testa per guardare avanti e sembra proprio che scruti il traguardo, calcolando quanto manchi alla fine della corsa. Poi, ancora giù, spingendo quelle ruote che davanti impazziscono, tracciando cerchi a destra e a sinistra, come i carrelli al supermercato.
E’ un movimento in fondo sempre uguale, a percorrere le piste ciclabili e i marciapiedi di cui il nostro quartiere, per fortuna, è ricco. Ha solo una variante, giù in piazzetta. E’ proprio lì che ingrana la retro, invertendo il senso di marcia. Tira la carrozzina anziché spingerla. E da distante leggo tutta la difficoltà dell’operazione, perché il pezzo di marciapiede da percorrere lo può vedere solo al contrario e non c’è la carrozzina a separarlo dai possibili dislivelli del terreno; e allora sono passi, se possibile, ancora più cauti, come da campo minato, terreno ostile da ammansire palmo a palmo.
Ma il suo rallenty diventa quasi drammatico quando deve attraversare la strada, operazione che richiede una ventina di interminabili secondi. E io lì, chissà perché, che faccio il tifo per lui. Raggiunta l’altra sponda, le auto e le moto riprendono la loro corsa indifferente, mettendo un impietoso accento sulla lentezza del suo passo.
Già, perché mi attira così tanto quell’uomo? Perché è diventato segno, per me? Di cosa?
Non so mettere a fuoco esattamente la questione; mi pare che conti il fatto di non aver mai visto nessuno con lui, né parenti, né badanti. E’ sempre lui, da solo, e la sua carrozzella. E la lotta solitaria che ingaggia con la strada ha qualcosa di eroico: fermo, costante, determinato. Non scorgo esibizionismo in lui, ma neanche la vergogna di mostrarsi lì, senza filtri, a macinare isolati su isolati. Io al suo posto, con ogni probabilità, mi rifugerei nel cortile o mi limiterei a un tratto più corto da percorrere avanti e indietro.
In quel camminare, invece, intravedo libertà. E forza.
In fondo, é forse una metafora di ciò che anch’io vorrei essere, un giorno, di fronte alle asperità della vita. Un invito potente a non mollare la presa.
Come a dire: anche quando dovessimo inseguire – incespicando - la nostra stessa carrozzina, potremmo sempre ispirare forza e coraggio a qualche tizio, laggiù, dietro i vetri della sua cucina.

3 commenti:

  1. Anonimo5/27/2012

    Grazie, uomo della carrozzina. E grazie a chi ti guarda e ti condivide, ancora una volta di lato.
    Paola

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  2. Mi son permesso di pubblicarlo sul mio profilo, Oliviero. Parole intense. Ciao! Carlo

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  3. Anonimo5/27/2012

    sono anni che incrociamo i nostri sguardi, io su la mia bici lui con la sua. Per un pezzo di strada par che si pedali assieme. Poi ci si sorride e saluta con lo sguardo. E ognuno per la sua strada, pedalando e pedalando, e anche lui ci da sotto.

    Caro Olivero, è sempre bello pensare che a volte osserviamo le stesse cose.
    Claudio

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