domenica 22 aprile 2012

Ma come vorrei avere i tuoi occhi

Una bella risata, di gusto.  Di quelle che ti capita di condividere con gli amici quando stai bene. Ma lei é appena salita, ed é sola. L'auricolare puoi cercarlo fin che vuoi, semplicemente non c'é. Allora per un secondo  pensi di esserti sbagliato, di non aver sentito bene; ma al secondo scoppio non c'é dubbio: la signora  ride da sola e non é un bel segnale.

La risata é davvero rotonda e piena. Naturale. Sana.
Dice che ridere fa bene.
Ma il popolo del metrò, in qualsiasi città ti trovi, é abituato a questo genere di exploit e sembra non farci caso più di tanto. Anche quando la signora comincia a parlare a suoi interlocutori immaginari nessuno si scompone. Si siede e parla, senza aggressività, ma con il tono un po' più alto del normale, di chi conversa con un vicino un poco sordo. Ma molto divertente.
Infatti continua a ridere e a due metri di distanza sento il suo alito vinoso.
Ci troviamo all'estero e di quello che dice non capiamo nulla, ma non c'è differenza tra noi e i tanti suoi connazionali pigiati nella carrozza. Tutti facciamo finta di non capire, di non vedere; per tutti il linguaggio della signora é comunque straniero, una lingua "altra" che la mette in evidenza e la rende  invisibile al tempo stesso.
In questa attesa passiva della propria stazione, c'è un gioco di sguardi che si dipana frenetico. L'unica che usa le parole é la nostra signora, ma é il non verbale a condurre le danze.
Tra i tanti sguardi ci sono anche quelli dei miei figli, per nulla assuefatti agli strambi incontri del metrò delle grandi città. La guardano tutti e due in modo obliquo, da sotto in su, o di lato; e negli occhi si legge tutta la curiosità e il timore nei confronti dello sconosciuto fuori dalle righe. Occhi non giudicanti, ma ben attenti a ogni possibile sviluppo della situazione.
E' un attimo, e le parole scritte da Guccini per Culodritto mi si fanno incontro.
Scesi alla nostra fermata, Eleonora e Samuele si scambiano pareri divertiti sulla signora, come di chi é scampato a un pericolo imminente e butta tutto in goliardia. Ma subito dopo la domanda arriva e non lascia scampo: "E tu, pà, non hai avuto paura?".
Già, e io?
No, paura non era davvero il caso di averne. ma la domanda mi spinge a riflettere su cosa sento di fronte a questi incontri. C'è una bella differenza, rispetto a qualche tempo fa. C'è meno timore, e di questo abbiamo detto, ma anche meno delirio d'onnipotenza e meno senso di colpa. Insomma, una volta scattava la molla del potere/dovere fare qualcosa e, subito dopo, il senso di colpa di non riuscire/non potere fare nulla. Movimenti classici, ho desunto poi, di un giovane cattolico "impegnato" nel sociale. Indifferenza, praticamente mai.
Invece oggi, dopo un'esperienza diretta in una comunità terapeutica, a prevalere é la pena e la tristezza per una persona che potrebbe, davvero, essere completamente diversa. Non conosco, com'è ovvio, i problemi personali della nostra signora, ma ho visto con i miei occhi la trasformazione copernicana di uomini e donne che non faccio fatica a collocare esattamente al suo posto. Uomini e donne che erano letteralmente alla deriva e che, attraverso un lungo lavoro su di sé e sulle proprie emozioni, si sono ri-costruiti una nuova immagine, per se stessi e per gli altri. Ma, al contempo, ho sperimentato e toccato con mano che questo tipo di trasformazioni, se e quando avvengono, sono il frutto di un lavoro convergente di un gruppo di persone. Lavoro di squadra, nuoto sincronizzato, polifonie.
Ai salvatori carismatici e solitari non credo più da tempo.
E allora nessun senso di colpa. Ma una sommessa preghiera che la signora possa incontrare, da qualche parte, una comunità di persone che si occupi di lei. E, uscendo dalla scala mobile in superficie, un velo d'orgoglio per essere parte millesimale di una piccola squadra di nuoto sincronizzato.

"Ma come vorrei avere i tuoi occhi
spalancati sul mondo come carte assorbenti
e le tue risate pulite e piene, quasi senza
rimorsi
o pentimenti,
ma come vorrei avere da guardare
ancora tutto, come i libri da sfogliare
e avere ancora tutto, o quasi tutto, da provare"



1 commento:

  1. Patrizia5/18/2012

    Sono stata colpita dalla domanda del bambino che denota la sua capacità di entrare in contatto con il sentimento possibile) della paura, colpita dalla sua capacità di esprimerlo. Questa capacità sta all'interno anche del suo stato di "innocenza" che lo esime dal porsi la domanda che invece l'adulto/operatore deve farsi: "Perché fa così?" e cercare le risposte. Allo stesso tempo stimola una riflessione importante nell'adulto/operatore sui limiti che ciascuno di noi deve imparare a riconoscere.
    Insomma, ho pensato a quanto la relazione educativa possa essere densa di reciprocità.
    Grazie.

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