domenica 18 marzo 2012

Nell'infinito gioco delle possibilità

 
Il sentiero quasi non lo vedi e ti devi fidare di chi ti cammina davanti; ogni tanto, dal fondo della fila, la torcia del nostro accompagnatore traccia lame di luce che ci rassicurano: tutto liscio, pochi sassi, nessun gradino. La luna non ci aiuta, immersa com’è in un alone di nubi e foschia.
Chissà se vedremo qualcosa?
Pochi minuti, eccola qui, la cupola d’argento. Perfetta nella sua mezza sfera, ci accoglie nel suo ventre largo e promettente.
Una stretta scala e siamo in cima, davanti all’enorme telescopio bianco che punta il cielo: é già uno spettacolo così. Io e i “ragazzi” della comunità siamo già dentro un mondo “altro”, rapiti dal bestione di ghisa che comincia a muoversi di concerto con l’aprirsi della cupola.
A un certo punto non sta più fermo niente: il pavimento vibra e scende, il telescopio vira e la cupola gira su di sé. Leggera vertigine, di chi ha perso i punti di riferimento e quelli d’appoggio.
Per fortuna l’astronomo che ci fa da Virgilio è di una bella calma e una piacevole cortesia. E’ casa sua e, da bravo padrone, ci introduce nei piccoli grandi misteri dell’osservatorio. Passione e parole semplici, competenza e capacità di coinvolgere: un mix non scontato. Ci annuncia, testualmente, il menù della serata: antipasto di Venere e Giove, piatto forte con Luna e Orione, per concludere con Castore e il dessert di Marte, se l’ora lo consente.
Il cielo si apre, la foschia si dirada. E allora via, uno alla volta ci mettiamo davanti all’oculare ed è un viaggio nelle meraviglie del nostro universo: Venere attraverso l’atmosfera terrestre che fluttua, Giove e le sue lune perfettamente allineate, i crateri lunari come se fossero qui, le galassie d’idrogeno, la stella che sembra una ma sono due.
Le distanze confondono, le misure impressionano: guardare a centinaia di milioni di kilometri, 500 gradi di calore, una macchia che è un uragano che dura da secoli. Su Europa potrebbe anche esserci la vita, sotto uno strato di kilometri di ghiaccio…
Le parole della guida sono semplici, gli esempi tratti dalla vita quotidiana, ma la realtà che vediamo attraverso questa lente lascia senza fiato.
Stupore del vuoto, miracolo del gioco delle possibilità e delle probabilità. Vengono in mente i versi della Szymborska: “Perché mai a tal punto singolare?/Questa e non quella?/ E qui che ci sto a fare?/Perché di persona una volta soltanto?/E sulla terra?/Con una stella accanto?/ Dopo tante ere di non presenza?”
In tutta questa immensità, la fortuna della vita che faccio, dell’incontro (casuale?) con la persona che amo. I problemi diventano piccoli, quasi insignificanti.
Poi penso alle vite difficili del gruppo che sta qui accanto a me: per quasi tutti famiglie escludenti, genitori ostili, violenze psicologiche e fisiche, abbandoni.
E allora può valere anche il contrario: in tutta questa immensità, nell’infinito gioco delle possibilità, perché a me questa vita? Perché proprio a me questi casini, che paiono grandi e ancora più ingiusti di fronte alla calma intravista da questo oculare? Sfiga, dolore, rabbia.
No. Discesi dalla scaletta li guardo in faccia e non c’è traccia di tutto questo.
E’ Angelo, col suo accento bresciano e la sua ironia, a buttare lì la battuta. “Una cosa l’ho imparata, questa sera, che l’acqua in alta montagna non bolle e la pasta conviene non farla!”.
Uno degli esempi quotidiani della nostra guida. Un bell’esempio, quello di Angelo, di come la vita possa resistere e rigenerarsi anche se tutto sembra remarle contro.
Anche sotto kilometri di ghiaccio.

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