domenica 4 marzo 2012

Emergenze

Ora che il clima si è fatto più mite, sembra passato un sacco di tempo. Eppure, l’”emergenza” freddo è passata solo da una manciata di settimane: neve, temperature glaciali, forti disagi per molti. Quei giorni sono ormai derubricati, nel circo della comunicazione di massa, come notizia d’archivio, dato statistico buono per essere tirato fuori nei prossimi inverni. Quando si ripresenterà un’altra normale “emergenza” dovuta al naturale – seppure molto significativo - abbassamento delle temperature di stagione. In mezzo, è ovvio, ci sarà un’ emergenza caldo di cui occuparsi e poi, in tutta fretta, dimenticarsi.


Ma la vicenda del freddo artico di febbraio può essere l’occasione per fare qualche riflessione in più. Da un lato è stata una buona occasione per ri-scoprire le nostre fragilità di fronte alla natura: sentirsi piccoli, avvertire che non tutto può essere dato per scontato, che esiste un limite, non solo individuale, ma anche collettivo, oltre il quale non ci è dato di andare, e così via. Tutte cose sane, se solo le rielaboriamo con un briciolo di attenzione e consapevolezza.

Ma l’emergenza freddo, per molte amministrazioni locali, per numerose realtà del non profit e per molti singoli cittadini è stata anche l’occasione per rilanciare un forte impegno nei confronti di coloro che vivono ai margini della nostra convivenza civile. Il freddo, in diverse città, ha richiesto di mettere in piedi soluzioni concrete per uomini e donne che di solito vivono in strada o si arrangiano, correndo il rischio di non trovare posto nei vari dormitori. E invece, per tre mesi - dalla fine di dicembre alla fine del prossimo marzo - sono stati aperti i mezzanini delle metropolitane, creato nuovi posti di accoglienza, organizzato nuovi ripari o ampliato quelli tradizionali.
Il tutto, nel segno dell’accoglienza e dell’aiuto umanitario. Senza molto pensarci su, verrebbe da dire; senza grandi polemiche su costi, soglie d’accesso o limiti all’inclusione. Molto limitate e stantie le voci che avrebbero voluto discutere di permessi di soggiorno e questioni affini. Insomma, pur con qualche frenesia e ritardo, un bell’esempio di cosa si può fare se solo ci si pone sul versante di ciò che è giusto e doveroso fare, quando si avverte una responsabilità e una dimensione pubblica.

E chi ha partecipato in prima persona agli interventi messi in campo, ha potuto vedere con i propri occhi quale universo sia quello dei senza fissa dimora.

Ad esempio Andrea, che ha coordinato un  centro di pronta accoglienza nella periferia milanese. Ha ospitato finora 313 persone provenienti da ben 49 Paesi di tutti i continenti: “Ciò che più mi colpisce è l’età delle persone ospitate: la maggior parte ha un’età inferiore ai 40 anni e tra questi la fascia più consistente è quella tra i 25 e i 30 anni. I senzatetto non sono i classici clochard anziani, invecchiati dall’alcool e da una vita amara e piena di stenti, ma sono giovani, immigrati in Italia per sfuggire a guerre e povertà, nel pieno della propria forza fisica e con una grande speranza nel futuro. Molti di loro lavorano o hanno recentemente lavorato, ma in nero, nella più profonda precarietà. Ma troviamo anche storie di padri e mariti separati dal proprio nucleo familiare, che hanno perso il lavoro e non hanno più una casa, che si domandano come sono finiti in questa condizione dopo avere vissuto per decenni una vita normale, come quella di tutti noi”.

Tante storie diverse. Tanti percorsi differenti. Che per tre mesi l’anno traggono qualche beneficio dalle nostre vere o presunte “emergenze”.


La fotografia é di Angelo Rossi.

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