25 febbraio 2012

Poliglotti


Come spesso accade, le metafore spiegano di più e meglio di tante parole. E’ stato Stefano, in una delle nostre riunioni di gruppo, a metterla in mezzo. Parlava della difficoltà a ri-uscire, dopo un anno e mezzo di comunità, là fuori. Riprendere il lavoro due giorni la settimana, sperimentarsi a casa da solo, riaccostare i familiari, ritessere legami..  Secondo Stefano non si tratta tanto di ricercare quelli che conosci di più o quelli che in teoria ti sono più vicini, ma coloro che parlano il tuo nuovo linguaggio. Spesso si tratta di persone che, nella tua vita di prima, neanche ti filavi.
E lì, l’immagine: “Una delle prime cose da fare quando ti trovi di nuovo là fuori é individuare qualcuno che parli la tua lingua..."

E qual è questo linguaggio che si impara in comunità? E’ quello della relazione, quello che sa descrivere e comunicare le emozioni, i significati delle cose e dei fatti che accadono. E’ un idioma che s’impara stando in contatto non occasionale con l’intimità e la profondità propria e altrui, rimuovendo quanto possibile le maschere, gli specchi segreti, i veli che tutti – chi più chi meno - utilizziamo nella vita sociale più “normale”.
E’ davvero una bella metafora, quella di Stefano, perché riesce a dar ragione di quello che ti succede lungo tutto il percorso in comunità, da quando fai il tuo primo ingresso a quando, dopo la festa, te ne torni alla tua (nuova) vita. Già, perché entrare in comunità è come andare all’estero: tutto l’ambiente ti spinge ad abbandonare  linguaggi, comportamenti e posture di quando ti facevi e t’investe quello spaesamento tipico dell’oltrefrontiera: capisci poco e niente delle regole di vita che ci sono qua dentro, ti sono estranei riti, miti e non verbale di questo gruppo, come ultimo arrivato sei profondamente a disagio; quasi sempre – dopo qualche giorno di sopportazione – vorresti andartene. Ritornare, appunto, nella tua casa, nella tua vecchia “patria”. Non importa se una casa vera non ce l’hai o se nessuno laggiù ti voglia più; quando tutti attorno a te parlano un linguaggio straniero, hai voglia di sentire accenti e parlate consuete, ordinarie.
Ma se vinci questa prima resistenza, col tempo cominci - proprio come fai all’estero - a capire qualche parola, a ricostruire la sintassi, a comprendere indirettamente la grammatica. Non ci sono corsi, c’è la vita quotidiana nel gruppo a farti da maestra. Balbetti, sperimenti, il più delle volte sbagli; ma poi cominci a ottenere risultati, a farti capire e a capire e lì comincia il bello. Certo, tutto questo si potrebbe probabilmente ottenere anche con un percorso prettamente comportamentale, adeguativo: istituzione totale, controllo sociale, riformattazione apparente.  Quello che fa la differenza, però, è  - appunto - il percorso di conoscenza interiore e di nuova consapevolezza di sé e degli altri. Insomma, è  la nuova lingua che apprendi e che diventa parte di te. E’ proprio come si dice, che l’inglese non l’hai imparato veramente fin quando non pensi in inglese. In altre parole, fin quando non è divenuto parte di te.
Ed ecco la difficoltà di Stefano e degli altri che escono, per qualche giorno o per qualche ora, per sperimentarsi nuovamente nella società. Devi cercare chi sa pensare e parlare nella tua nuova lingua, sapendo che non è così diffusa; e non puoi illuderti che la gran parte delle persone che incontri non parli ancora il vecchio linguaggio delle maschere e della superficialità.
Insomma, la vera differenza è questa: nella realtà , in media, ti trovi a vivere in una comunità che parla per la gran parte una sola lingua madre. Vai all’esterno parli in inglese, torni in Italia e parli italiano. Relativamente semplice. Nel caso di Stefano, invece, è come stare sempre in aeroporto: devi continuamente modulare il tuo cervello per capire al volo che lingua parla quello che incontri. E sarai chiamato, da qui in poi, a stare su questo confine. Se torni a parlare solo la lingua di prima, quella della banalizzazione o della manipolazione, correrai il rischio probabile di tornare anche alla vita di prima. Se ti ostini a parlare solo la neolingua, rischi di non farti capire o di prenderti continui spigoli in faccia, di vivere come un disadattato. E quindi, con tutta probabilità, di tornare, anche qui, al punto di partenza.
Nel mondo ma non del mondo, verrebbe da dire.

Poliglotti.


La fotografia é di Stefano.

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