sabato 11 febbraio 2012

Il Punto. Fran.

E’ un’onda che si propaga; sassata nello stagno, contagio. Nei giorni successivi senti e vedi che ha colpito qua e là: perché quando uno del gruppo ha mollato in maniera così eclatante, restare indifferenti non si può. C’è chi reagisce con aggressività, chi si lascia atterrare dal dolore e dalla tristezza.
Sconfitta, tradimento, scoramento.
Per quasi tutti è paura allo stato puro: allora la ricaduta è questa.

E il tempo trascorso in comunità sembra non contare più nulla; tutto il percorso di due anni come acqua nella sabbia. E questo richiama il dubbio aspro che anche il mio percorso, la fatica fatta fino a qui, non contino niente, non siano serviti a null’altro che a illudermi: quel me stesso così diverso, così cambiato, non è altro che un miraggio? Oasi illusoria in un deserto. Nel mio solito, immutabile deserto!?
Alberto ha davvero mollato all’improvviso. Fulmine a ciel sereno (o comunque poco nuvoloso), schianto di un albero – apparentemente solido – nel sussurrare del bosco. Certo è giovane, talvolta sprovveduto, per qualcuno superficiale. Ma qui dentro ha vissuto due interi anni in cui è cresciuto e ha scoperto risorse che non pensava di avere. Era qui in affidamento, con una misura alternativa al carcere. Nome azzeccato, se si pensa all’investimento di fiducia fatta su di lui, in particolare da qualche mese in qua, libero di uscire dalla comunità per un lavoro nuovo di zecca e per ritessere nuove e vecchie relazioni.
E invece, nel giro di dodici ore, si è giocato tutto: due grammi comprati per strada, una corsa a perdifiato nella notte milanese. Venduto il cellulare, venduto il giubbotto, scassata la macchina. Per risvegliarsi, completamente fuori, in una periferia qualunque, straniera.
Quando è avvenuta la decisione?
Qual è il punto esatto in cui tutto si scolla?
Perché c’è di sicuro un punto preciso in cui decidi di scordarti tutto, compreso il carcere che ti aspetta, e buttarti a rotta di collo dietro la cocaina.
Viene in mente Baricco e il suo Novecento, che all’improvviso annuncia che da lì a poco sarebbe sceso dalla nave sulla quale ha vissuto fin dalla nascita: “A me m’ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù,  cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile attorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c’è una ragione. Perché proprio in quell’istante? Non si sa. Fran. (…) Non si capisce. E’ una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli, un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui.”
Quel punto, quel fran, non lo puoi prevedere, ma di sicuro sei in grado di riconoscerlo. Non è quando infili il cancello per uscire, né quando imbocchi la tangenziale e nemmeno quando metti mano al portafoglio. E’ molto a monte di tutto questo: è quando sai che dovresti parlare, dovresti chiedere aiuto alle persone che ti stanno intorno. Se lì non dici niente, se ti volti dall’altra parte, allora è tutta una discesa. E pura e semplice forza di gravità.
Riconoscere il punto in cui il desiderio tracima, stendere la mano per sentire l’altro, chiedere il suo aiuto. Tre mosse apparentemente semplici che possono decidere il destino di un giovane uomo.
Saluto Alberto prima di andare, ci abbracciamo sapendo che forse non ci rivedremo più. Prego il cielo che ci sia per lui un’altra occasione.
Un altro punto dove potersi fermare.    


La fotografia é di Alberto.

Nessun commento:

Posta un commento