27 gennaio 2012

Le parole che ci mancano

Me lo porto dietro da un po’, l’invito di Emilio a smetterla di usare continuamente il termine welfare e a parlare nuovamente di diritti di cittadinanza e solidarietà sociale. Un appello, più che una proposta, accompagnato da tanti punti esclamativi. Si è impigliato in qualche parte della mia testa e mi è rimbalzato fuori anche quando ho terminato la lettura delle Linee guida regionali per i nuovi Piani sociali
di zona. Una delibera interessante, per molti versi innovativa, un documento che con franchezza chiede ai Comuni di aprire una fase esplorativa per cercare – in soldoni – di cambiare ottica: passare dal ruolo principale di erogatori di prestazioni a quello di promotori di reti nelle comunità locali.


Le parole di Emilio di qualche settimana fa mi hanno allora spinto a rileggere il documento una seconda volta, seguendo una logica diversa: non guardare tanto ai contenuti, quanto alle parole utilizzate. E in effetti, anche qui, non ho mai trovato la parola “diritto”, né al singolare né al plurale. Per carità, si tratta di un documento tecnico e, come si sa, i documenti tecnici non sono fatti per ricordare i fondamenti o i principi ispiratori. Però sono pur sempre delle linee guida che intendono orientare, appunto, i prossimi tre anni di politica sociale in una porzione importante del nostro Paese.
I diritti… non ci sono.
Ci sono, in ordine crescente, altre parole: le fragilità, le evidenze, le esigenze. E due parole su tutte hanno il primato: i bisogni e la domanda.  La parola bisogno è termine antico e caro agli operatori sociali, mentre la Domanda – al singolare (sic) e con la D maiuscola (strasic) – è termine classico dell’economia, del mercato. Lo spostamento del “baricentro del Welfare dall’Offerta alla Domanda” è uno dei pilastri delle politiche sociali regionali.
Bisogno e domanda sono però due parole molto legate tra loro. Come spesso capita, è il mio vecchio Zingarelli dell’83 a mettermelo in luce: “Bisogno: necessità di procurarsi qualcosa che manca – mancanza di mezzi, povertà – al pl. necessità o desiderio diffuso che dà origine alla domanda di uno o più beni economici”.  Come dire, il bisogno è un po’ il genitore della domanda di beni (economici) e si configura spesso come assenza di mezzi o comunque di qualcosa di definito, di già descritto. Niente di più lontano dalla complessità che la gran parte degli operatori sociali affronta in questi ultimi anni; la rottura dei legami sociali e il nostro stile di vita hanno ormai cambiato l’orizzonte: ai servizi sociali dei Comuni – così come al privato sociale non appiattito sulla gestione pura e semplice dei servizi -  arrivano ancora bisogni e "domanda", ma sempre più spesso arrivano ansie, situazioni complicate e multiproblematiche, domande aperte e plurali, problemi. E tanti di questi problemi, per mille ragioni, rimangono fuori. Semplicemente non si trasformano in domanda.
Il saggio Zingarelli, alla voce problema, riporta una definizione che assomiglia di più alla realtà sociale di oggi: “ogni ordine di difficoltà, la cui soluzione incerta implica la possibilità di un’alternativa – questione complicata, situazione difficile da affrontare e da risolvere – persona della quale non si riesce a conoscere i pensieri o a spiegare le azioni e che perciò crea dubbi e preoccupazioni”.
Da un lato: complicazioni, difficoltà, preoccupazioni, problemi. Dall’altro: diritti di cittadinanza, solidarietà sociale, politiche sociali.
Tutte parole che cominciano davvero a mancare… al nostro welfare.      


La fotografia é di Michele Cazzani, PhotoAid

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