sabato 3 dicembre 2011

Taglia la corda

Dopo averci parlato per un po’, giù nel cortile, mi è venuta in mente quest’espressione per certi versi abusata: “tagliare la corda”. Il dizionario dei modi di dire mi ha fatto luce: “in senso figurato vuol dire andarsene in fretta, scappare, filarsela. Si usa per lo più parlando di situazioni difficili, imbarazzanti o noiose e spesso con una leggera venatura ironica. L’espressione è presa dal gergo marinaresco dove ha il significato di levare l’ancora, salpare. Alla base c’è il significato concreto, in caso d’emergenza, di tagliare la fune che lega l’imbarcazione prima di prendere il largo”.
E’ proprio il caso di Cristian e di tutti quelli che, come lui, a un certo punto decidono di entrare in una comunità terapeutica. Può capitare tutto nel giro di qualche giorno: ti chiamano dal Sert, un paio di colloqui per capire dove dovresti andare e poi “decidi”. O comunque scegli di farti trasportare da tutte le circostanze che ti gridano che fuori, tra i regolari, non ce la fai più. Non ce la puoi fare.
Ne hai combinate talmente tante, sei con la palta fino al collo, che non ti puoi permettere di dire di no. Non sei riuscito, giorno dopo giorno, a dire di no alla cocaina e all’alcol e oggi non puoi scansare quello che si para davanti a te: una comunità. Ma in questo lasso ristretto, spesso non c’è il tempo di salutare tutti; e comunque molti dei tuoi parenti, amici, colleghi e conoscenti neanche s’immaginano quanto tu sia nei guai. Spesso non sanno nemmeno del tuo consumo problematico. E allora hai voglia a congedarti; dovresti spiegare, giustificare. O raccontare una balla. L’ennesima.
In caso d’emergenza, allora, taglia la corda.
E proprio come il capo della gomena che lasci a penzolare dalla banchina, la tua vita passata la devi letteralmente abbandonare lì, insieme ai tuoi legami. Se ci pensi un attimo, capisci che non è per niente uno scherzo: molli pure il cellulare e qualsiasi contatto s’interrompe per almeno sette mesi. Passato questo primo periodo, ricominci a riannodare i fili con il cerchio più intimo dei tuoi familiari; ma per il resto delle tue relazioni può passare ancora un altro anno.
E’ una cosa dal sapore antico, romantico ed epico, tipo abbandonare improvvisamente il secolo per rifugiarsi in monastero. Conte di Montecristo. Fu Mattia Pascal.
Dunque anche Cristian ci è passato. E giù in cortile mi ha raccontato che ora, nell’ultima fase del suo percorso, ha cominciato a ricontattare qualcuna delle persone lasciate così, senza un saluto.
Le avvicini e in molti casi non hai scampo: devi raccontare la verità. E non è per niente facile.
Sento Cristian e tutta la sua fatica, la sua trepidazione; prima il telefono, poi gli incontri di persona. Spiegare, raccontare, sperare che il vecchio collega-amico comprenda, almeno un po’, quello che hai passato e perché te ne sei andato così. Ripresentarsi in un colpo solo con due identità inedite: quella del tossicodipendente e quella dell’ex. Due potenziali etichette. E confidare completamente nell’intelligenza e nella larghezza d’animo di chi hai di fronte.
C’è chi, uscito dalla comunità, si rifà una vita in una nuova cittadina, ricominciando tutto da capo: lavoro, casa, relazioni.
Mi chiedo cosa sia più duro: aprire le vele seguendo in solitaria una rotta inesplorata o la scelta di Cristian, cioè cercare di riutilizzare, almeno in parte, quella corda tagliata.
Tanto tempo prima, quando eri in emergenza.
Quando eri un’altra persona.   


La fotografia é di... Cristian.

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