30 dicembre 2011

Aspettare con energia

Sai quegli articoli di pseudo scienza che trovi sui quotidiani o sulle riviste? Un po’ scoperta, un po’ curiosità. A metà tra “Forse non tutti sanno che…?” e “Strano, ma vero” della cara vecchia enigmistica. Alla base dei pezzi c’è quasi sempre una ricerca, due volte su tre proveniente da un istituto o università americani. Alla fine, puntuale, trovi la spiegazione di qualche fenomeno banale, quotidiano, di quelli che
diamo per scontati o sui quali ci poniamo, semmai, domande distratte e superficiali.

L’altro giorno hanno cercato di spiegarmi perché alle casse dei supermercati ti mettono i pacchetti di caramelle o gli snack energetici. Semplice, come dev’ essere la pagina di pseudo-scienza: te li mettono proprio lì perché fare la spesa implica prendere una batteria di decisioni che, alla fine, stanca; e così ti compri le caramelle perché non hai l’energia per dire di no e perché, appunto, hai bisogno di nuova energia dopo la serie di ardue scelte che hai dovuto fare tra gli scaffali. Insomma: decidere…richiede energia.

John Tierney, del New York Times, attraverso il mio quotidiano; mi ha avvertito che: 1) la psiche, come il corpo, si può stancare: la nostra riserva di energia mentale è limitata e si assottiglia man mano che prendiamo decisioni; 2) ogni azione si suddivide in tre tempi: prima, durante e dopo la decisione. Il maggiore dispendio di forze si ha nel momento della scelta; 3) l’impoverimento di energie produce due reazioni: l’inattività o l’impulsività.
Proprio ora mi ritorna in mente Tierney e il suo libro, dal titolo così opportuno questa sera: “La forza di volontà: riscoprire la forza più grande dell’umanità”.  Sono qui, seduto in cerchio, nel gruppo di mutuo aiuto che contrassegna settimanalmente la vita della comunità, in particolare della fase di reinserimento. Ogni volta imparo qualcosa e mi porto a casa spunti per riflettere sulla mia vita, le mie relazioni, i significati delle cose che capitano.  Pochi minuti fa Tino si è rivolto ad Alessandro con una sottolineatura a cui non avevo mai pensato: per aspettare ci vuole energia. Si riferiva proprio all’attesa che talvolta segue le (grandi) decisioni, come quelle che prendi quando decidi di stare in una comunità come questa. Nel caso particolare, Tino parlava dell’attesa di un primo lavoro per ricominciare a costruirsi una nuova prospettiva di vita. Alessandro, infatti, in queste settimane è frustrato, nervoso, non ci sta dentro a questa attesa. Di decisione in decisione, ogni scelta quotidiana l’ha condotto qui, sulla sponda di un fiume dal quale pare non passare mai la barca giusta; indietro non si va, è deciso, ma avanti non si può, ancora non si riesce: bisogna… aspettare. Una cosa che s’impara qui è proprio rimanere nell’attesa, una delle sfide più ardue per chi  si era abituato a trovare soddisfazione e risposte immediate nell’uso di sostanze. E nell’attesa la tanto celebrata forza di volontà riduce il suo potere, perché dà il meglio di sè nel colpo di reni, nell’impresa, magari nella tenuta rispetto a una rinuncia. Ma l’attesa…
Abbiamo ben chiaro, dai nostri abusati modi di dire, che aspettare snerva. Meno consueto è il passaggio di Tino, in positivo: per aspettare ci vuole energia. Ci viene più istintivo dire che è necessario armarsi di pazienza. Ma non è la stessa cosa.
Quello dell’attesa è, per quasi tutti, il tempo dell’inutile, fastidioso passaggio tra un impegno e l’altro, tra uno stimolo e il successivo.
Forse, per comprenderne davvero la natura, bisognerebbe passare ogni tanto di qui.
Sedersi in cortile. E, con tanta energia, aspettare.    

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