venerdì 11 novembre 2011

Welfare finito? Andiamoci piano

L’ultima volta che ho sentito l’affermazione “Il welfare è finito!” è stato un mesetto fa, a una tavola rotonda in cui intervenivano autorevoli esponenti del terzo settore, amministratori locali e ancora più autorevoli responsabili di Fondazioni d’erogazione. I toni e le parole, in qualche frangente, hanno virato verso quel filone profetico-visionario a cui ormai, devo ammetterlo, sono allergico: della serie ve lo dico io
-  che vedo ovviamente più lontano di voi  - che il welfare è finito, e se lo dico io potete crederci. La capacità di visione è ormai una fissa che ci sta portando più danni che benefici, rilasciando patente di leader a cialtroni e arruffoni di ogni risma.

Intendiamoci, è chiaro che le politiche generali di welfare abbiano bisogno di un cambio d’orizzonte e di riforme serie; ma, a mio parere, il tema è di quelli belli complessi, di fronte ai quali non è saggio ricorrere agli slogan (Il welfare è finito!): quale welfare è in crisi? quali aspetti e quali forme sono finite? poi che significa finito? perché?
Molti a queste domande ti rispondono che la crisi globale non può che portarsi via strutture costose e quindi non più sostenibili. A questa, che pare un’ovvietà, si dovrebbe rispondere  che la tendenza a pontificare che “Il welfare è finito!” e, soprattutto, i tentativi di minare le basi del sistema di sicurezza e di assistenza hanno preceduto di gran lunga la crisi scoppiata dal 2008 e che tali tendenze sono cresciute a partire da punti di vista molto connotati ideologicamente.
Insomma, quando parliamo di welfare dovremmo maggiormente sorvegliare il fatto di non aver introiettato – in buona fede – almeno parte di quella cultura superficiale e sbrigativa che vede nei servizi alla persona solo un costo.
Non ci sono più soldi (prego, controllare meglio) e dunque ci possiamo liberare di una elargizione in fondo superflua, non essenziale.
E invece dobbiamo ricordarci, e ridirci, che la spesa sociale non è un lusso, un optional come le ferie al mare per una famiglia.
Si tratta invece di uno dei pilastri della nostra convivenza: occuparsi di chi fa più fatica o corre il rischio di stare ai margini è stato considerato nel corso della storia umana come uno dei doveri etici della società. Clooney direbbe, certamente meglio di così, che non c’è società umana senza attenzione e cura verso i più “piccoli”. No welfare, no society.
Insomma, i soldi sono segno e strumento per rendere efficace questo dovere primario dell’umanità bene-stante di farsi carico di quella che non sta (più) bene.
Se questo obiettivo fondamentale è raggiungibile con meno risorse e con una organizzazione migliore delle tecniche, ben vengano tutte le strategie per ridurre sprechi e inefficienze. Basta però che si abbia chiaro in mente che tale tensione rimane irrinunciabile.
E dunque ragioniamo di welfare mix, sperimentazioni comunitarie, welfare plurale e perfino, se proprio non se ne può fare a meno, di welfare 2.0.
Certamente lo Stato, le amministrazioni locali, il terzo settore, il volontariato, i gruppi informali, le famiglie e i singoli cittadini devono ripensare il proprio ruolo di fronte ai problemi delle nuove e vecchie fragilità.
Ma la strada è, appunto, quella di una partecipazione più consapevole e avvertita, di una socialità più diffusa e matura, di un protagonismo di tutti e ciascuno.
Solo così scopriremo – insieme -  che cosa vogliamo e dobbiamo buttare davvero e cosa intendiamo tenerci caro. Senza bisogno di semplificare (tagliare?) la realtà.
Il welfare è finito? Andiamoci piano.

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