sabato 1 ottobre 2011

Tanto rumore per niente

Certe volte, in qualità di padre, ti toccano delle cose che daresti un braccio per poter schivare. I saggi e le recite scolastiche rientrano spesso tra queste: le prime volte ci vai con l’entusiasmo di vedere all’opera i tuoi cuccioli davanti a un pubblico. Ecco, appunto, poi ti può capitare che proprio quel pubblico, fatto di padri e madri adoranti, di fratellini schiamazzanti e di espressioni forzatamente
entusiaste, non lo reggi proprio più.

Ma ci sono eventi che, almeno per me, sono ancora peggio delle recite e dei saggi, e questa sera è proprio uno di quelli: la corrida.  No, dico, la Corrida; quella di Corrado buonanima, non so se mi spiego: debuttanti allo sbaraglio e semaforo, barzellette scollacciate e stonature leggendarie e, sopra tutto e tutti, quei mestoli e tegami usati come chiassosa espressione del dissenso nei confronti di chi si butta nell’arena con poca consapevolezza dei propri – scarsi – mezzi.
Eccomi qua, la Corrida dell’oratorio, al seguito di mia figlia. Portato in catene in mezzo all’umidità di questa sala devastata dall’inquinamento acustico di decine di pentole e coperchi percossi con foga. In attesa che il supplizio inizi.
Eppure, in fondo in fondo, certe cose le puoi cogliere solo qua.
Infatti, prima dell’agognato intervallo, viene invitato sul palco un gruppo di giovani africani, “ospiti d’onore” annuncia il presentatore. Non ci spiega chi siano e perché siano lì, dice solo che vengono dal Mali. Poche battute di saluto e poi parte una canzone africana dal ritmo inconfondibile. I ragazzi, venti - venticinque anni al massimo, cantano e poi si muovono a tempo e alla fine ballano. Eccoli, i famosi profughi dalla Libia, quelli che avrebbero messo a repentaglio il nostro Paese, gli invasori che “noi da soli non ce la possiamo fare” e “prendeteveli voi”. Eccoli qua, sul palco, a trascinarci nei suoni di un Paese lontano, con le pentole che, in questo caso, si prestano così bene a battere il tempo.
Alla fine grande boato di applausi e pentolame vario e “Grazie a tutti gli italiani” in un francese che più chiaro non si può.
Che coincidenza: solo tre ore prima, in una riunione tra direzione dell’Azienda sanitaria e terzo settore si era parlato di loro. E il Direttore sociale aveva apertamente ringraziato Comuni, cooperative e volontariato per l’accoglienza e la generosità dimostrata quest’estate di fronte alle richieste della Prefettura. Dallo scorso luglio è infatti partito un gran movimento impercettibile – ma non clandestino – che ha visto collaborare diversissime agenzie, pubbliche e private, per “distribuire” in questo territorio del nord ovest milanese 240 profughi provenienti dal Mediterraneo. Vice-prefetti, Sindaci, operatori sociali, volontari, parrocchie: un movimento intelligentemente concertato per dare un tetto a queste persone. E poi, appena sistemati, via a organizzare corsi per cominciare a conoscere l’Italia e l’italiano; l’accompagnamento per le formalità in Prefettura, la domanda per il riconoscimento dello status di rifugiati e poi ancora le borse lavoro per non sprofondare nell’inedia. 
Il tutto senza clamori o sbrodolate retoriche. Decine di comunità civili che si arrotolano le maniche e decidono che si può fare. E si fa.
Che distanza tra questa concreta collaborazione tra Istituzioni e gente comune e lo scomposto vociare allarmistico dei giorni degli sbarchi; pignatte e padelle percosse solo per fare rumore nell’arena asfittica della nostra politica.
Tanto rumore per nulla.   

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