16 ottobre 2011

Dove rivolgo lo sguardo


Chiudi gli occhi. Immagina di essere in comunità da due anni, dopo aver passato anche qualche mese in galera. Hai fatto cazzate a raffica quando eri un ragazzo e hai finito per malmenare  i tuoi genitori; all’inizio corse senza casco in motorino, inseguito dai vigili del paese e poi macchine sportive da spingere allo spasimo, Number One e notti pompate che non finivano mai. Finché, a un certo punto, ti hanno fermato; ma sei stato tu a fare tutto il percorso in comunità: per sette mesi completi hai tagliato ogni contatto col tuo mondo e hai lavorato su te stesso, recuperando l’equilibrio che si può pretendere a 24 anni. Hai fatto fatica, ma ci hai messo davvero tutto te stesso: l’energia e l’ingenuità, i  muscoli e il sorriso da ragazzo.

Ora, dopo tutto questo andare, da qualche giorno finalmente hai cominciato a uscire da solo: un lavoro vero, di quelli che alla sera ritorni in comunità ricoperto di polvere sottile e dopo cena ti si chiudono le palpebre. L’attesa è stata davvero breve, il passaparola degli amici ti ha trovato il contatto giusto e  sei già in cantiere, quando c’è gente regolare che un impiego  lo cerca ma non lo trova.
Chiudi gli occhi. Immagina. Come ti senti?
Fortunato. Sfigato.
Ho perso tanto tempo. Qui in comunità ho fatto esperienze che i miei coetanei non ne hanno neanche idea.
Non posso nemmeno tornare a casa, nei soliti giri di prima. Ho tutto davanti a me e posso giocarmela.
Avevo un ruolo, un’immagine, le parole venivano senza sforzo. Ora mi conosco di più.
Ero stronzo. Oggi, senza stampelle chimiche, mi trovo in imbarazzo con gli altri.
Ho un lavoro nuovo di zecca. Sono l’ultimo manovale della fila.
Ecco, se hai avvertito qualche cosa di questo guazzabuglio contraddittorio di pensieri e percezioni, allora sei riuscito a metterti almeno un po’ nei vestiti di Alessandro. Che sono poi anche i nostri, di abiti: probabilmente non abbiamo storie così trasgressive e non abbiamo fatto un percorso tanto incasinato. Meno bianco e nero e più scala di grigi. Sfumature. Ma, appunto, quanto valore diamo a questi grigi? Ci fanno contenti o, al contrario, insoddisfatti perché incolori e stinti?
Siamo davvero tutti uguali. Non importa quali siano i numeri inseriti nel bilancio personale – grandi o piccoli fa lo stesso – quello che conta davvero è il saldo totale: positivo o negativo? D’accordo, la risposta dipende dai giorni, dal tempo che fa, da come ci siamo alzati la mattina. Tutto vero, ma c’è di più. E’ il Tarci, dall’alto della sua età e della sua esperienza, a indicarlo questa sera ad Alessandro – e anche un po’ a noi: “tutto dipende da dove dirigi lo sguardo”.
Tutto dipende da cosa guardi, da cosa tieni fisso davanti a te.
Il Tarci un lavoro vero ancora non ce l’ha e la salute è meglio non parlarne. Se dovesse dirigere lo sguardo su tutti gli anni lasciati in piazza, probabilmente neanche si alzerebbe dal letto domani mattina. Ma il suo sguardo, ogni giorno che il cielo manda in terra, oggi ce l’ha fisso sui progressi che ha fatto qui. Tirata la riga, il segno positivo ce lo mette lui: decidendo di guardare a ciò che ha costruito negli ultimi anni.
Bara? Non penso. Mi pare, invece, che sia diventato molto, molto saggio. E che voglia a tutti i costi che un po’ di questa nuova saggezza arrivi anche ad Alessandro.
Saggezza, interesse per gli altri e capacità di farsene carico: altre tre cose verso cui dirigere lo sguardo.    


La foto é di Alessandro.

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