domenica 30 ottobre 2011

Cecità

E giù un’altra picconata. L’ennesimo colpo al nostro welfare è stato tentato nelle settimane scorse ai danni delle persone cieche e ipovedenti. Come se non bastasse aver azzerato il fondo per la non autosufficienza, attentato alle pensioni d’invalidità e ridotto al lumicino i fondi per gli interventi sociali dei Comuni.

Il ministero dell’Interno ha tentato di azzerare i contributi previsti per l’erogazione di servizi destinati alle persone cieche e ipovedenti e in tutta Italia alcune centinaia di  associati all’Unione italiana ciechi - peraltro “disobbedendo” al loro presidente, che aveva mostrato cautela circa una manifestazione di piazza – hanno fatto sentire la loro voce di protesta scendendo in strada. E’ successo a fine ottobre,  in seguito al sostanziale azzeramento dei contributi previsti da due leggi degli anni ‘90, finalizzati all'erogazione di servizi per i ciechi e gli ipovedenti. Il taglio ai fondi, ha fatto sapere l’Uic – significherà la cancellazione dei servizi erogati, con “la conseguenza di far tornare i ciechi e gli ipovedenti, un universo di circa due milioni di persone, indietro di almeno 50 anni”.
Rileggiamo con attenzione l’ultima frase: la conseguenza di far tornare indietro e ciechi di almeno 50 anni. Vuol dire tornare a prima della stagione dei diritti, riandare a quando le famiglie se la dovevano cavare da sole o affidarsi alla carità delle istituzioni private (quasi sempre religiose).
 “Mi rifiuto di pensare – ha affermato Tommaso Daniele, il presidente nazionale - che il ministro Maroni, titolare del ministero che ha operato i tagli, sia a conoscenza di un provvedimento così iniquo: spero, invece, che si tratti di una svista di un funzionario ignaro delle finalità delle leggi 24/1996 e 379/1993”.
Se così non fosse – ha continuato Daniele - dovrei pentirmi di aver creduto per anni nella giustizia sociale, nella solidarietà, nel bene comune, nel valore delle istituzioni e ammettere quello che comunemente si dice:  che la classe politica opera solo in funzione del tornaconto del proprio elettorato. I ciechi e gli ipovedenti sono consapevoli della gravità della crisi che attraversa il nostro paese, ma non sono disposti a pagare due volte: una volta come cittadini, un’altra come disabili. Infatti, essi, non appena appresa la notizia, mi hanno tempestato di telefonate invitandomi a mobilitare la categoria per far sentire forte la loro indignazione. Nonostante i miei dubbi circa l’opportunità di scendere in piazza in un momento così critico del nostro paese, alcune centinaia di essi hanno disobbedito e oggi sono in piazza per ottenere che un provvedimento così iniquo sia cancellato”. “E’ chiaro – conclude Daniele - che se questo non dovesse avvenire, la lotta si farà più dura e i due milioni di ciechi ed ipovedenti scenderanno in piazza tutti insieme per gridare: Vergogna! Vergogna!”.
A questo siamo: persino i ciechi scendono in piazza. E noi, gente regolare? Niente. Sembra quasi che i fondi dedicati a chi fatica o non vede più del tutto siano affare “privato” o di lobby limitate. Quasi che dedicare attenzione e cura (delle quali i soldi sono solo segno e strumento) ai più deboli non abbia significati più ampi e profondi, non riguardi anche il modo di concepire la cittadinanza e l’umanità comune.
Farsi carico delle fatiche dei più fragili della società è invece l’essenza stessa della (nostra) civiltà.
Dimenticarlo vuol dire trasformarsi in cittadini e istituzioni cieche.
Non c’è peggior cieco di chi vuol chiudere gli occhi.   

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