sabato 17 settembre 2011

Questione di status

Il due agosto scorso la legge ha compiuto quattro anni e io non me ne sono accorto. La norma è la numero 130 dell’agosto 2007, entrata in vigore nel settembre dello stesso anno; l’articolo 1 ha riconosciuto per la prima volta all’obiettore di coscienza che ha prestato servizio civile il diritto di rinunciare allo status di obiettore di coscienza, decorsi almeno cinque anni dalla data in cui é stato
collocato in congedo. Si tratta di  presentare una apposita dichiarazione – questa volta irrevocabile - presso l'Ufficio nazionale per il servizio civile; un semplice modulo già prestampato in cui crociare caselle e apporre una firma.
La legge è stata a suo tempo approvata per porre rimedio alle disparità di trattamento – ai “danni” degli obiettori di coscienza – rimaste in vigore anche dopo l’eliminazione del servizio militare obbligatorio. Infatti, ancora oggi, chi ha svolto il servizio civile come obiettore di coscienza non può concorrere per posti pubblici e privati che implichino anche la sola presenza di armi: Polizia di Stato, Carabinieri, Polizia Municipale, Corpo Forestale; ma risultano preclusi anche lavori in cui si  usino esplosivi, le licenze sportive di tiro a volo, persino l’utilizzo del lanciasiringhe per la narcosi a distanza degli animali, nel caso si fosse veterinari.
Anch’io, da obiettore di coscienza, sono in questa situazione, ma non mi sono nemmeno reso conto che esistesse questa licenza di cambiare idea. Insomma, evidentemente non mi sono rimaste particolarmente impresse le notizie riportate dai giornali del 3 agosto di quattro anni fa. Ma c’è gente molto più informata e sveglia di me. Infatti, apprendo da “Redattore sociale” che 11.473 persone hanno utilizzato questa possibilità: nel primo anno poco più di mille, dal 2008 al 2010 più di 3.000 obiettori ogni anno.
Queste cifre mi hanno colpito e mi hanno indotto a riflettere su quest’affare dell’obiezione. Da quanto tempo non ci penso su, da quanto tempo non ne parlo con qualcuno?
Mi sono passate davanti una serie d’immagini che oggi, devo ammetterlo, appaiono in bianco e nero: i dubbi e le titubanze prima di fare la scelta (otto mesi in più di servizio civile…), i libri letti – da don Lorenzo Milani a Rodolfo Venditti, gli amici che ti precedono, poi la decisione; e lo sforzo di stendere una domanda d’obiezione personale, non prestampata. E ancora: l’ansia per la risposta da parte del Ministero della Difesa,  alla fine gli incontri e le esperienze del servizio civile vero e proprio, Cossiga e Spadolini…
Cosa rimane di tutto questo?
Tatticamente potrebbe valere la pena di fare il salto, firmare il modulo e spedirlo, allargare il campo delle possibilità per un futuro che non si sa mai. Ma trent’anni fa abbiamo passato giornate intere a chiederci quali fossero le motivazioni che avevamo davvero dentro, a cercare ciò in cui veramente credevamo, a pensare le parole giuste da mettere su quella domanda.
Non eravamo pionieri né eroi e se non ci fosse stato il servizio civile non avremmo neanche lontanamente pensato all’obiezione. Ma oggi non ci chiedono nemmeno il perché intendiamo rinunciare al nostro status di obiettori. Probabilmente non interessa a nessuno.
D’altra parte, però, si pretende una rinuncia irreversibile, dalla quale non si potrà più tornare indietro. Una richiesta davvero singolare, in tempi nei quali tutto si cambia.
E allora bocce ferme. La legge, tutto sommato, può essere l’occasione per ri-scoprire uno status forse un po’ impolverato.
E a uno status, si sa, non si rinuncia facilmente.   

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