27 luglio 2011

Vite e destini

Dunque, riassumendo… se la memoria non m’inganna, mi sono beccato tre vaffa e un paio di vaiaca. Che sono un uomo senza onore e un massone. Il tutto ad alta voce mentre dagli altri tavoli si giravano a vedere che diavolo stesse succedendo.

Non mi era mai capitato negli ultimi trentadue anni – diciamo dalla fine delle medie – di prendermi tanti insulti in pubblico. Il tutto, caro Roberto, perché non sono un credente con lo stampo, continuo a ragionare con la mia testa e non appartengo al tuo movimento di cattolici integrali apparenti. La discussione e il confronto mi erano sembrati, fino a quel momento, nell’ordine delle cose; d’altra parte, non puoi pretendere di dire che Carlo Maria Martini è un “protestante fuori dalla fede cattolica” e pensare che io stia lì a sentirti senza fiatare. Finché etichetti me come protestante, passi. A dire il vero, non sono uno che abbassa la già scarsa percentuale di frequenza alla messa domenicale, ma da tanto tempo ho percezioni, opinioni e vissuti che mi pongono ai margini del modo tradizionale d’intendere la religione cattolica. Sono solo? Non penso. Non appartengo a niente? Forse hai ragione.
Ma via, Carlo Maria Martini…
E poi, insomma, la vostra serie di frasi fatte, di parole sempre uguali per costruire e descrivere una realtà tutta vostra. Dopo un po’, è difficile non scendere nella polemica.  Le tappe, quelle classiche:  il complotto massonico contro i cattolici attraverso i 150 anni d’unità nazionale, il divo Giulio e compagnia cantante, Englaro e l’eutanasia, la vita e la famiglia.
Comunque, lo scontro dell’altra sera ha rappresentato anche un’occasione per riguardare  il mio percorso di ricerca. Lo faccio anche qui, utilizzando uno di quei libri che usate come totem (o, al bisogno, come clave) e così raramente leggete davvero: “Vita e destino” (ah, le parole…).
Uno dei punti di arrivo del mio percorso corrisponde alle parole scritte da uno dei personaggi del libro di Grossman, Ikonnikov:
“Il bene non è nella natura, non è nelle prediche di apostoli e profeti né nelle teorie di grandi sociologi o capi di Stato, né nell’etica dei filosofi. La gente comune ha nel cuore l’amore per gli esseri viventi, ama la vita e ne ha cura in modo naturale e spontaneo, è felice nel calore della propria casa dopo una giornata di lavoro e non accende roghi e falò sulle piazze. E dunque oltre al bene grande e minaccioso esiste la bontà di tutti i giorni. La bontà della vecchia che porta un pezzo di pane a un prigioniero, la bontà del soldato che fa bere dalla sua borraccia un nemico ferito, la bontà del contadino che nasconde un vecchio ebreo nel fienile.
 E’ la bontà dell’uomo per l’altro uomo, una bontà senza testimoni, piccola, senza grandi teorie. La bontà illogica, potremmo chiamarla. La bontà degli uomini al di là del bene religioso e sociale.
 A ben pensarci, però, ci si accorge che la bontà illogica, fortuita e del singolo uomo, è eterna. Che si estende a tutto quanto è vivo, a un topo o al ramo che un passante si ferma a sistemare perché possa attecchire meglio al tronco.
E’ una bontà senza voce, senza senso. Istintiva, cieca. Ha cominciato ad offuscarsi quando il cristianesimo l’ha vestita della dottrina dei padri della Chiesa e il seme è diventato vuota scorza. Essa è forte finché è muta, inconsapevole e illogica, finché non diventa strumento e mercanzia dei predicatori, finché il suo oro non viene coniato in monete di saggezza. La bontà è semplice, come la vita. Persino Cristo e il suo insegnamento le hanno tolto forza, perché la sua forza è nel silenzio del cuore umano. Come trasformarla in forza senza inaridirla, senza disperderla come l’ha inaridita e dispersa la Chiesa? Perché la bontà è forte sino a quando è priva di forza. Appena la si vuole trasformare in forza, la bontà si perde, scolora, si offusca, svanisce”.
Penso che questa “bontà illogica”, sepolta nel profondo di ciascuno, sia una delle molle che spinge me, te e tanti altri a lavorare ancora con e per le persone che più fanno fatica, la gente di lato: tossicodipendenti, disabili, famiglie in difficoltà, persone con problemi di salute mentale. Spero che almeno su questo, un minimo comun denominatore davvero “basico”, si possa essere d’accordo.
Per il resto, ognuno faccia la sua strada, senza insultare gli altri.
Quanto ad appartenere, prendo indegnamente in prestito le parole di Erri De Luca: “Non devo appartenere, sto con i tredicesimi, estranei alla dozzina convocata. Mio titolo di viaggio è seguire in disparte”.   

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