domenica 10 luglio 2011

La fatica di essere visti

A volte la domanda ti salta addosso quando non te l’aspetti: “ma, alla fine di tutto, il succo qual è? Che cosa si fa qui dentro, esattamente?”.  Sono settimane che ‘sti punti interrogativi girano da soli.  E vanno. E tornano.  Colti di sorpresa, quasi mai si ha a disposizione la risposta che soddisfa, quella che risolve le contraddizioni e comprende le mutevoli dimensioni del lavorare in una comunità.
Ma oggi – per caso?  - ho ripreso in mano l’intervista con Anna, ormai datata tre anni fa, proprio all’inizio del percorso di valutazione. A un certo punto della nostra chiacchierata le avevo chiesto di riavvolgere il nastro del tempo, in modo da individuare cosa l’aveva portata a scegliere il mestiere d’educatrice in comunità.
Ecco quello che era uscito:  “Mi viene da sorridere perché l’altra sera eravamo nel dopocena con i ragazzi, a contarcela su, quando hanno iniziato a farmi domande tipo questa. Mi sono  sentita proprio intervistata, con domande del tipo <ma come ti è venuto in mente di lavorare in un posto come questo? Ma te, come mai non hai paura a stare con persone come noi?>.  A me lì è arrivato dritto in pancia questo loro sentirsi davvero come a un certo punto si sono descritti: <noi siamo un po’ come lupi, come bestie feroci>. Quando fanno così mi fanno un po’ accapponare la pelle, perché emergono in modo lampante i loro  vissuti di pesante emarginazione, dentro i quali  il gioco si fa sempre più pesante: sento che vengo considerato così e mi adeguo al ruolo assegnato, rincarando sempre di più la dose; si gioca al rialzo e tutto diventa sempre più pesante, per sé e per gli altri.
Siamo andati avanti un’ora a parlare. Ho raccontato un po’ come io li vedo e li sento, su cosa mi fa fare questo lavoro e loro erano molto colpiti, tanto che nel corso del giro della buona notte qualcuno di loro mi ha detto: <ma lo sai che ci hai detto delle cose proprio interessanti…>; che era poi il fatto che io non li percepisco diversi da me. E’ chiaro, ci sono delle problematiche e delle storie diverse, ognuno ha sviluppato un problema perché ha alle spalle un determinato percorso. Ma ciò non fa di te un marziano e di me un venusiano o un terrestre; io percepisco la nostra comune umanità, fondamentalmente…
Domande del tipo <ma tuo marito cosa pensa, che tu sei qua, che fai questo lavoro?> mi hanno permesso di mettere a fuoco le mie motivazioni davanti a loro, mi hanno fatto parlare di un certo modo di stare nel mondo, di guardare e considerare gli altri, di spendere la propria vita in relazione con gli altri.
Quella sera si sono sentiti tanto riconosciuti, visti, visti al di là delle etichette: il mostro… il mostro. E questa cosa li ha abbastanza spiazzati;  io li ho sentiti… turbati, sì, un po’ turbati dal sentirsi così riconosciuti.
A volte succede; periodicamente facciamo delle riunioni a tema basate su giochi pedagogici, e anche lì emergono aspetti di riconoscimento reciproco. La gran parte di loro fa una gran fatica, si emozionano, e  il clima che si vive è straordinario. C’è una fatica enorme a essere visti e riconosciuti perché è una cosa alla quale loro non sono per niente abituati. Manca proprio l’esperienza dell’essere visto, dell’essere riconosciuto.
In quelle occasioni le emozioni che loro vivono arrivano forti anche a noi operatori; così è stato per l’intervista quella sera.
E il nostro lavoro, in fondo, è tutto qua:  riconoscerti come persona e allenarti a riconoscere te stesso e gli altri come tali”

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