3 giugno 2011

Tempo di cambiare

“Eh, sì, cambiare. Alla mia età…”. “Mi sono sempre regolato in questo modo, come vuoi che cambi, proprio adesso!?”. “Cosa vuoi che ti dica,  è  fatto così!”.
Frasi che abbiamo sentito tante volte e che forse abbiamo utilizzato anche noi per difenderci dall’invito a mutare qualcosa della nostra vita, dei nostri atteggiamenti o comportamenti. Sono affermazioni profondamente vere eppure altrettanto false; dipende dal punto di osservazione e dall’esperienza di vita che ciascuno ha maturato.

Da un lato sono affermazioni vere perché indicano un dato di fatto che riscontriamo facilmente anche in noi stessi: abbiamo un’impronta originale, un modo tutto nostro di affrontare la vita e di comportarci/confrontarci con gli altri. Abbiamo una “postura emotiva” e un modo di rappresentarci il mondo che ci fa attivare più o meno sempre con gli stessi movimenti di fondo.  Possono mutare le circostanze, gli ambienti, le sollecitazioni che ci vengono dall’esterno, ma noi abbiamo quel modo caratteristico di avviare una relazione, di affrontare una difficoltà, di risolvere un conflitto, di goderci una soddisfazione. E tutto questo si rivela in modo cristallino quando siamo chiamati a reagire d’istinto, quando non abbiamo il tempo di cercare la modalità giusta per affrontare una circostanza che si è presentata senza annunciarsi.
Ma, al contempo, noi sperimentiamo spesso di essere fatti da tante parti diverse tra loro: siamo molti noi stessi, tutti riuniti dentro un  unico individuo. Siamo un dialogo interiore, appunto, tra tanti aspetti diversi che abbiamo dentro di noi. E spesso abbiamo una consapevolezza ridotta di quanti attori popolino la nostra “personalità”. L’impronta, la postura emotiva è solo  ciò che appare di questo multiforme collage di parti che ci compongono.
E allora, se la realtà è così ambivalente e dinamica, forse le affermazioni iniziali ci possono apparire meno fondate, meno realistiche. Forse cambiare si può, sempre. Penso però che siano necessarie  alcune condizioni.
Una di queste la si sperimenta in modo molto forte qui in comunità: è quella di non essere soli. Perché un gruppo di persone che condivide davvero un percorso comune, che comunica in modo diretto e si mette in gioco provoca inevitabilmente dei cambiamenti, più o meno profondi. Non è forse un caso che le affermazioni iniziali le utilizziamo quasi sempre alla prima o alla terza persona singolare. L’esperienza comunitaria ci dice invece che io cambio quando la relazione con gli altri muta e si trasforma, perché io sono innanzitutto relazione. Se sperimento di essere in una posizione sociale diversa, è più facile che escano parti diverse di me.
Anna compirà tra poco cinquantacinque anni, una storia personale molto difficile alle spalle, una dipendenza da alcol e psicofarmaci, i rapporti familiari sono macerie neanche più fumanti. Eppure qui, lo si può dire, è un’altra persona.
Miracolo? Eccezione?
No, è il frutto di un lavoro continuo di un gruppo di persone che ha preso a cuore Anna e – senza accondiscendenza e senza sconti – l’ha aiutata a fare concreta esperienza delle diverse parti di cui era composta e le ha permesso di potersi riconoscere diversa.
La prossima volta che ci scapperà di autoassolverci con un bel “Sono fatto così!”, possiamo lanciare un pensiero ad Anna e chiederci se abbiamo attorno qualcuno che ci aiuta a valorizzare tutto ciò che abbiamo dentro. 
Tante cose buone e belle, altrettante meno gradevoli e piacevoli.
Ma niente di immutabile, specialmente se non camminiamo da soli.