giovedì 9 giugno 2011

Lavoro e Psiche

Ci sono mestieri facili facili ed altri dannatamente complicati. Ci sono imprese che anche a naso riconosci fattibili ed altre sulle quali non scommetteresti un fiorino. Mission impossible o giù di lì.
E Marco, quando si alza per illustrare i risultati del progetto, pare impersonare perfettamente questo secondo genere di missioni: il collare rigido e il passo leggermente zoppicante non lasciano scampo.
Manca il gesso al braccio e lo zigomo tumefatto, ma il colpo d’occhio è proprio quello fantozziano di chi è alle prese con vicende troppo grosse e complicate per uscirne interi. 

Marco, in realtà, coordina un gruppo di educatori – tecnicamente coach – che si occupano di integrazione sociale e inserimento lavorativo di pazienti psichiatrici gravi. Ha avuto un recente incidente in bicicletta, ma questo non c’entra. Oggi sta illustrando i risultati di “Lavoro e psiche”, un progetto promosso e finanziato dalla Fondazione Cariplo per sperimentare nuovi strumenti per la ricerca e il mantenimento di opportunità occupazionali nel settore della salute mentale. 150 pazienti in cura nei Centri psico-sociali della Lombardia, selezionati tra coloro che hanno un disturbo psichico serio (schizofrenia o disturbi di personalità gravi).
Il coach fa da operatore specializzato e al contempo da collante di una fitta rete territoriale: dipartimenti di salute mentale, amministrazioni comunali, famiglie dei pazienti, cooperative sociali, imprese.
Insomma, un lavoro complesso che passa attraverso la collaborazione con le equipe curanti, la costruzione di un progetto personalizzato, l’affiancamento costante della persona fragile, la ricerca di opportunità lavorative, ma anche il sostegno e la consulenza alle imprese (sociali e non) che accettano di offrire un lavoro a questa particolare categoria di persone. Naturalmente è proprio questo il punto più complesso della vicenda: trovare e motivare aziende disponibili all’ingaggio di persone con problemi di salute mentale. Intuibili i tanti scogli da affrontare: la crisi economica e occupazionale, la diffidenza e talvolta la paura nei confronti dei pazienti psichiatrici, lo stigma sociale.
Una vera corsa ad ostacoli.
Forse aveva in mente proprio questo chi ha scelto il nome del progetto, con quel “lavoro” al posto di “amore”. Da un lato il titolo segnala la difficoltà dell’impresa: la persona da inserire nel mondo del lavoro, proprio come la Psiche del racconto di Apuleio, deve sottoporsi a molteplici prove per arrivare al traguardo: suddividere un mucchio di granaglie con diverse dimensioni in tanti mucchietti uguali, raccogliere la lana d'oro di un gruppo di pecore aggressive, raccogliere dell'acqua da una sorgente che si trova nel mezzo di una cima tutta liscia e a strapiombo. Dall’altro, indica che senza un di più di disponibilità, di responsabilità sociale (di “amore”?), l’impresa non può riuscire: Psiche, infatti, disperata e sull’orlo della rinuncia alla vita, supera le prove perché aiutata da un gruppo di formiche, da una magica canna verde, da un'aquila e infine da Giove in persona.
Qui,  senza l’aiuto dell’Olimpo, Marco e i suoi coach hanno cominciato a collocare trenta persone in tirocini tra aziende e imprese sociali. Due di questi si sono tradotti in assunzioni.
Il bicchiere, com’è noto, può essere mezzo pieno o mezzo vuoto. Ma manca ancora un anno e mezzo alla fine del progetto.
Viene in mente il Bersani di Crozza: “Uè ragazzi, ma siam pazzi? Siam mica qui ad asciugare gli scogli!
Non proprio, ma quasi.
Mission (im)possible.   

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