8 maggio 2011

Redattori sociali

Glielo abbiamo detto in tutte le salse: per fare del  giornalismo sociale non bisogna essere buoni, o buonisti. Non c’entrano i sentimenti filantropici, ma – come per tutti gli altri settori della comunicazione – le competenze e le professionalità. Detta così, la cosa appare praticamente scontata. Eppure esco dal seminario con un tarlo che non mi lascia tranquillo: mi sembra che quest’affare del buonismo sia tornato tante volte nei discorsi dei relatori, per lo più giornalisti di provata esperienza e credibilità. Troppe volte.
Repetita iuvant? Forse.
Il seminario è quello annuale di “Redattore sociale”, l’agenzia giornalistica specializzata nelle tematiche dell’impegno e del lavoro sociale, nelle sue mille sfaccettature (www.redattoresociale.it). Il tema messo al centro in questa edizione milanese è “il tesoretto delle notizie” rappresentato, appunto, dal sociale. La tesi principale è che dentro i mondi della disabilità, della povertà, dell’infanzia e in generale dei servizi alle persone, ci siano ancora miniere inesplorate di notizie vere, fonti incontaminate a cui attingere, se solo si maturassero capacità e linguaggi adeguati. Partecipano tutti gli studenti delle scuole di giornalismo della città, tra le prime e più rilevanti a livello nazionale. Un bell’appuntamento di formazione e scambio per far interagire chi di sociale vive e chi di sociale potrebbe scrivere, prima o poi.
E dunque il buonismo. Questa insistenza sul tenere a distanza l’esibizione di buoni sentimenti.
Buonismo, in questo caso, è termine che indicherebbe l’attitudine a edulcorare, a usare toni dolciastri e acritici. Della serie “storie dal fantabosco”: tutto bello e tutti buoni.
Ma, mi chiedo, è proprio questo il rischio maggiore che corrono i giornalisti che cominciano a frequentare le redazioni di oggi?
Lo stesso termine, nel campo della politica, significa invece, su per giù, scioccovelleitariofesso, un’etichetta utilizzata a destra e a manca per evidenziare una benevolenza eccessiva nei confronti, guarda caso, delle persone marginali. Per intenderci: se io promuovo un condono per gli abusi edilizi o per far rientrare i capitali portati illegalmente all’estero, non sono buonista; se dico che i rom hanno diritto a politiche di sostegno, lo sono.
Ecco allora il tarlo: questa insistenza sul pericolo buonista è veramente farina del nostro sacco? O è frutto invece di un’aria che anche noi respiriamo, di una cultura che inconsapevolmente abbiamo fatto in piccola parte nostra, per osmosi?
No, davvero: quanti sono oggi i politici disposti a sacrificare il proprio consenso per politiche sociali basate sull’affermazione di diritti per tutti, anche per i meno presentabili della società? E dove sono tutti questi giornalisti del fantabosco? Dove scrivono?
Mi sembra invece che il pericolo maggiore sia quello di fare politica e di fare giornalismo rimanendo schiavi del senso comune oggi prevalente, almeno sulla scena pubblica, quello intenzionalmente intriso di pregiudizi, di timore e stigma nei confronti di chi sta ai margini.
Una efficacissima sessione del seminario è stata dedicata agli “strafalcioni sociali” commessi dalla stampa negli ultimi mesi, a partire dal falso scoop di Panorama a proposito di falsi invalidi. Servizi e articoli lacunosi e superficiali, giornalisticamente scorretti, certo. Ma anche così in linea con il tempo che fa.
Può darsi che il buonismo sia ancora un rischio. Ma a me pare che lo siano di più, allo stato attuale delle cose, il conformismo e il cinismo. 
Quel conformismo che ci vuole costantemente in guardia, appunto, dal buonismo.   

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