10 aprile 2011

Cattivi pensieri

“Aiuto, veniamo tagliati!”, un grido che in questi mesi è stato ripetuto tante volte, dai tetti ai palchi teatrali, dalle aule scolastiche alle sale cinematografiche. Prese di posizione, forme di protesta creative, talvolta in grado – è il caso del mondo dello spettacolo – di arrivare a bersaglio. Eppure tra queste voci sembra mancare quella dei servizi rivolti all’infanzia, alle povertà, agli anziani e alle persone disabili.
Come se questi mondi facessero fatica a prendere parola e posizione; come se in ballo non ci fosse un interesse pubblico di primaria importanza.
Eppure i tagli ai servizi sono ingenti, frutto della doppia mannaia messa in atto dal ministro Tremonti: prima la riduzione del Fondo nazionale per le Politiche sociali, poi la contrazione dei trasferimenti ai Comuni, principali protagonisti ed erogatori dei servizi alle persone. Un uno-due micidiale.
Non si tratta, infatti, di qualche ritocco per rimediare a possibili sprechi o eventuali diseconomie; si tratta invece di un ridimensionamento drastico che non potrà non tradursi in una diminuzione secca della qualità e della quantità delle risposte ai bisogni.
Nonostante questo, tutto il mondo che ruota attorno ai servizi alla persona pare incapace di prendere iniziative concrete e visibili. Sembra ci si sia arresi già prima di combattere.
I pochi segnali lanciati da cartelli come “I diritti alzano la voce” o dalle federazioni nazionali del terzo settore non sembrano in grado di far scattare la scintilla.
Prevale un diffuso malumore, una lamentela continua e strisciante che però fatica a tradursi in parola pubblica e iniziativa politica. E’ come se operatori sociali ed amministrazioni locali, enti di rappresentanza del terzo settore e decisori pubblici fatichino a sintonizzarsi per trovare una strategia comune.
Siamo come incantati di fronte al mare che si ritira e prepara l’onda finale; paralizzati come vittima sacrificale di fronte alla freccia fatale ormai in viaggio verso di noi.
Eppure basterebbe poco, ci dicono i ricercatori, per ribaltare la nostra situazione di fanalino di coda europeo quanto a risorse destinate alle politiche sociali. Pochi milioni di euro spostati da una parte all’altra del bilancio statale porterebbero a un balzo in avanti enorme per lo 0,1 % che abbiamo dedicato finora alla lotta alla povertà, allo 0,15 per la prima infanzia e per l’1,18 % che abbiamo speso l’anno scorso per l’assistenza degli anziani.
Ci stiamo bevendo la storiella della crisi e il refrain dei “soldi che non ci sono”; tutte foglie di fico per coprire volontà e scelte politiche precise. Patacche che si rivelano tali quando i soldi per lo spettacolo, all’improvviso, saltano fuori.
Può darsi che chi ha la responsabilità di rappresentare il terzo settore e gli Enti locali a livello nazionale abbia ricevuto garanzie concrete sul reintegro dei fondi in un futuro più o meno a portata di mano; questo potrebbe spiegare, almeno in parte, la mancata mobilitazione delle centinaia di migliaia di persone e professionisti impegnate in questo settore cruciale. Spiegazione non tranquillizzante, ma pur sempre spiegazione.
Ma questo silenzio mi porta domande inquietanti e cattivi pensieri sul ruolo dei partiti, sui rapporti tra politica e terzo settore,  sul prevalere di interessi miopi ai danni dell’esercizio di una cittadinanza attiva, sulla vittoria delle piccole botteghe e dei mille campanili contro la cultura dei diritti.
Per favore, chi può faccia in modo di scacciare questi cattivi pensieri.
Per approfondire:

Nessun commento:

Posta un commento