25 aprile 2011

Bambini portoghesi

Anche noi siamo scesi al caldo, dalla vetta giù, fino alle pietre dei Goti e a una radura presidiata da una quercia.
Tutto bene, tutto normale: un gruppo di undici persone, adulti ad occhio e croce, che termina il suo giro in montagna cercando un prato in cui gettare zaini e sdraiare telimare.  Tutto bene, tutto regolare: fatica e sudore, panini al prosciutto e laghi di sotto, le chiacchiere e le risa: quando ero a casa giravo con mio zio ma per cime oltre i 2.000… oggi per rispetto alla montagna non ho messo il deodorante… ma chi l’ha chiuso ‘sto termos del caffè!?
Se ci incontri non t’immagini nemmeno, e se ci chiedi di dove siamo ti rispondiamo vaghi “di Montesiro”, come se in comunità avessimo davvero le nostre radici e non fossimo di passaggio. Un posto che sentiamo nostro, che qualcuno di noi chiama  “casa” da qualche mese o da sette stagioni, ma che rimane strumento, sfida, fatica di con-vivere.
Ed è anche per questo che oggi è tutt’altro che un giorno come gli altri: è la prima uscita della stagione in montagna, non so se ci spieghiamo.  Le regole ce le portiamo con noi, ma un po’ meno incombenti del solito; ci muoviamo in gruppo, ma non ci sono riunioni o chiarimenti, né psicoterapia o lavori di casa. C’è da gustare questo pezzo di libertà, orari blandi e tempo vuoto, come un facile passo in avanti verso il cambiamento. Come un dilatarsi provvisorio di prospettiva: stare in cima, essere arrivati.
La metafora della salita ce l’abbiamo ormai nel sangue, perché quasi ogni giorno in comunità sa di quel gusto lì: ma oggi abbiamo riflettuto anche sull’altra faccia della realtà, sulla metafora della discesa, abusivamente considerata come il lato facile della vita, la scelta di comodo, la rinuncia. E invece, quando sei lassù – e ci sei arrivato sibilando e sbuffando, col cuore e le gambe che non sai se ce la fanno – allora devi scendere per forza; e andare giù coi sassi che sdrucciolano e per il sentiero non proprio amico è cosa altrettanto impegnativa. Stessa attenzione, uguale impegno, stessi tempi, non di meno.
Poi, appunto, la radura, a due passi dal villaggio che i Goti si costruirono quattordici secoli fa per controllare la pianura ai loro piedi. C’è chi vuole il sole e chi desidera l’ombra: è la grande quercia in mezzo che ci offre tutto. Ci attira lì e ci gettiamo sull’erba come se fosse terra promessa. Il tempo di sistemarsi comodi, di porre per istinto la giusta distanza tra di noi e ci immergiamo in un silenzio occupato solo dal volo frenetico degli insetti. Nient’altro.
Venti minuti di silenzio profondo, in cui il gruppo si fonde e ciascuno si confonde con gli altri.
Sorpreso da questa vuota densità, mi alzo per guardare i “ragazzi”: chi nella posizione fetale, chi supino, completamente offerto ai raggi del sole; chi dorme, chi no, nessuna differenza apparente.
Non c’è il mare, ma mi sento come la bambina portoghese di Guccini:
Al caldo del sole, al mare scendeva la bambina portoghese.  Non c’eran parole, rumori soltanto, come voci sorprese, il mare soltanto e il suo primo bikini amaranto. Le cose più belle e la gioia del caldo alla pelle. Gli amici vicino sembravan sommersi dalla voce del mare; o sogni o visioni, qualcosa la prese e si mise a pensare. Sentì che era un punto al limite di un continente,  sentì che era un niente, l’atlantico immenso di fronte; e in questo sentiva qualcosa di grande che non riusciva a capire, che non poteva intuire…
Anche noi, anch’io. Un punto al limite di un continente. E avvertire qualcosa di grande.
Ma il caldo l’avvolse, si sentì svanire, e si mise a dormire; e fu solo del sole, come di mani future.     

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