domenica 27 marzo 2011

Il contapassi

Via le ultime briciole dalla tavola, rimane solo la bottiglia e qualche bicchiere. E’ una serata più che tranquilla. Prima di andare di là per le terapie, c’è anche il tempo per il caffè e una sigaretta da fumare sul balcone, affacciandosi su una delle prime tiepide serate dell’anno. Oggi siamo in tanti, arricchiti dal ritorno di Fabrizio per un periodo di ripensamento; e il gruppo del reinserimento –  nome in codice “seconda fase” - conta così sei persone, record stagionale.
Silvio è decisamente su, nonostante sia stanco fisicamente; lunedì ha compiuto quarantacinque anni festeggiato da tutti i diciannove del gruppo-casa. Gli ingredienti sono stati quelli consueti di una festa casalinga: auguri, torta, applauso. E il regalo, che quando lo ricevi qui dentro, capisci un po’ di più il significato della parola sorpresa.
Quattro giorni fa mi sono perso i suoi lucciconi, ma è un bel momento anche questo: lui che arriva con l’andatura ciondolante e i suoi novantadue chili, con in mano un piccolo contapassi. Il suo regalo. Dice che le istruzioni sono un po’ complicate, non è immediato capire come  impostare le quattro funzioni: orologio, passi, distanza, calorie bruciate. Mi chiede una mano.
Con Silvio e Fabrizio armeggiamo con  il contapassi e le istruzioni e rimango folgorato dal valore simbolico di questa decina di minuti; seicento secondi, o giù di lì, in cui scorgere condensati tanti ingredienti del lungo percorso in comunità. 
Primo passo: guardare. Vedere bene la realtà: com’è fatto questo aggeggio? Quanti pulsanti ha? A cosa servono?
Secondo: cercare insieme di comprendere le istruzioni, che qui sono sintetizzate in immagini teoricamente immediate e, per così dire, universali, ma che invece hanno bisogno di essere interpretate. Frecce, numeri, sequenze. Cosa bisogna fare prima e cosa dopo?
Terzo: fare tentativi, cominciare a muoversi. Superare la prima tentazione di piantar lì, perché non ci si capisce un tubo, e azzardare. Sbagliare, tentare, cercare la via.
Quarto: sincronizzare l’orologio. E la data. Che ore sono adesso, esattamente in questo momento? Che giorno è? Collocarsi nel tempo, darsi un punto di partenza.
Quinto: inserire il proprio peso. Quanto peso io? Chi sono? Cosa porto di mio? Come sono fatto?
Sesto: misurare e inserire la dimensione del proprio passo. Non quello di un altro, proprio il mio; perché per sapere quanta strada farò, devo dichiarare qual è la distanza che c’è tra i miei piedi quando mi muovo. L’educatore e l’operatore di comunità ci sono, sono qui accanto per capire insieme, per una dritta, stimoli, qualche punto cardinale; ma l’andatura con cui cammini non può che essere proprio la tua. Niente imitazioni: misure troppo piccole o troppo grandi, affaticano allo stesso modo. Come in montagna: il tuo passo.
Leggiamo insieme le istruzioni per misurare il passo, ma oggi non abbiamo la possibilità di farlo. Lo faranno domani, Silvio e il Tarci, bindella alla mano, a segnare per terra i dieci metri e a camminarci sopra, per ottenere esattamente quel numero, virgole e decimali compresi. Già me li immagino, giù nel cortile, alla ricerca della cifra giusta.
Solo dopo quest’ultimo atto, il contapassi potrà fare il suo lavoro. Messo alla cintura, sarà in grado di svelare a Silvio quanti chilometri divora portando a spasso i cani, alle prese col suo primo tirocinio lavorativo dopo due anni di comunità. Uno dei passaggi più importanti sulla strada per una nuova autonomia personale.
L’unica cosa di cui le istruzioni non parlano e che è tutta, ma proprio tutta, nei tuoi piedi: la meta.
Passo dopo passo.   

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