domenica 30 gennaio 2011

Desperate sheriffs

Ho seguito M. e la sua famiglia passo per passo, seppur da lontano: prima, da pubblico amministratore, attraverso le relazioni degli assistenti sociali e dei volontari; da qualche anno attraverso la cronaca.
Una donna e sei minori allo sbando, fino a poco tempo fa guidate – si fa per dire - da un padre e uno zio in costante andata e ritorno tra roulotte e carcere. 

Uno di quei casi da cul de sac burocratico: stranieri apolidi incastrati in un limbo dal quale nessuno riesce a cavarli. Nessuna possibilità di percorso, insomma, per uscire dall’irregolarità, per costruire un’opportunità di vita diversa.
A un certo punto la mamma di M. accettò di essere collocata, assieme ai figli, in una comunità segreta. “Madre coraggio”, scrissero i giornali, perché la donna aveva denunciato le botte prese dal marito e i suoi traffici. La speranza di aver riscattato almeno una parte della famiglia durò due mesi; poi, senza la ribalta della carta stampata, il lato oscuro della forza se li riprese tutti.
L’altro giorno la stampa ha raccontato l’ennesima impresa sciagurata della famiglia; questa volta si tratta di M. che, in folle corsa per le vie della città, si è capottato: “alla guida dell’auto, risultata rubata, veniva trovato J.M., un minorenne di origine rom, fuggito dalla comunità ove era stato collocato a seguito di decreto del Tribunale per i Minorenni. Il minore, accompagnato all’ospedale e poi denunciato, è stato rimesso in libertà dal Magistrato, che ne ha disposto il rientro nella comunità”. 
Subito a ruota il comunicato del sindaco sceriffo, eletto a furor di popolo per “ristabilire sicurezza” in nome del “ghe pensi mi”:
«Sono esasperato e indignato per l’atteggiamento del Magistrato: i miei cittadini sono esposti ad un rischio mortale per azioni pazzesche, compiute senza alcun motivo. Questo ragazzo ha già causato un incidente con feriti gravi. Ora continua in questi folli caroselli, che possono causare la morte di persone. Sono indignato al punto che rompo ogni riservatezza: è giusto che i miei cittadini sappiano anche questo. Suo padre si è ucciso guidando nello stesso folle modo pochi mesi fa; sono stranieri e non hanno alcun permesso di soggiorno; nessuno di loro lavora e nella loro roulotte, che abbiamo sgomberato non più di quindici giorni fa, abbiamo trovato armi da taglio, attrezzi da scasso, refurtiva d’oro nonché la documentazione che attesta la disponibilità di un conto corrente bancario con depositati oltre 250.000 Euro! Nessun alibi quindi di povertà! Signor Magistrato: se morirà qualcuno, l’avrà sulla coscienza Lei; se questo ragazzo morirà, lo avrà ugualmente Lei sulla coscienza. Signor Commissario per l’emergenza rom: possiamo dare un esempio speciale e rimpatriare subito questo gruppo così pericoloso e facoltoso? Esprimo infine il mio ringraziamento e la mia solidarietà alle Forze dell’Ordine, che esponendosi al pericolo catturano questo soggetto pericoloso per poi vederselo rilasciare in poche ore. Avanti così: ci sarà un Giudice a Milano!».
Un messaggio che mi arriva in pancia, gratuitamente violento e sgradevole: mettere in piazza la morte del padre ammiccando alla genetica, trasformare donne e ragazzini in gruppi “pericolosi e facoltosi”, rovesciare tutte le responsabilità sul giudice segnandolo a dito ai cittadini, confondere collocamento in comunità e libertà, invocare un esempio speciale…
Non mi piacciono i bolidi lanciati per le nostre strade e nemmeno gli attrezzi da scasso, ma penso che gli amministratori si debbano distinguere per un altro stile e un altro senso delle cose. Queste ultime, guardate senza colt in mano, sono assai più complesse. E richiedono temperanza, fortezza e una buona dose di pudore.
Tutte buone virtù non sacrificabili sull’altare del facile consenso.      

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