mercoledì 22 dicembre 2010

La macchia di sugo

E così la macchia di sugo non c’è più. Il “villaggio per l’integrazione della comunità rom”, inaugurato solo tre anni fa, è stato chiuso. C’erano voluti sei anni di battaglie e contrasti per realizzare un insediamento regolare e regolato di zingari: piccole casette prefabbricate, un quadrato di verde per ciascun nucleo, luce gas e acqua come dio comanda. Sei anni di cocciuto contrasto al pregiudizio, durante i quali è successo un po’ di tutto: divisioni nella maggioranza che governava il Comune, referendum padani, persino geometri “obiettori” che si erano rifiutati di progettare un “campo per quelli là”.
Neanche una decina di famiglie, la grandissima parte composte interamente da donne e bambini.
Ora, in metà del tempo, lasciano il posto a una moderna piattaforma ecologica per rifiuti ingombranti. Appunto.
Il cosiddetto campo nomadi per l’opposizione di allora era – testualmente – “una macchia di sugo sul biglietto da visita della città”; un’onta da cancellare al più presto per ristabilire rispettabilità e immacolatezza.
Missione compiuta, verrebbe da dire.
Lo sapevamo fin dall’inizio, era una scommessa che a vincerla saremmo diventati ricchi: la davano 125 a 1, i bookmakers anglosassoni che, si sa, ormai fanno scommettere su tutto. Avevamo puntato sul buon senso dei cittadini, sulla capacità di riscatto delle donne, sulle pagine bianche dei bambini della scuola primaria, sulla capacità della politica di parlare il linguaggio delle opere. Ma c’è in giro tanta gente alla quale piace vincere facile e che non vedeva l’ora di cogliere l’occasione al volo. Dopo la facile vittoria elettorale, l’ancora più semplice scacco a donne e minorenni in balia degli eventi.
Dov’è la vittoria?, ci potremmo chiedere con Mameli. Ma ancora di più mi ronzano domande sulla “sconfitta”: è sconfitta? Di chi? Di cosa? E a cosa serve?
Si impara più dalle sconfitte che dalle vittorie… ciò fa di me la persona più colta del mondo” osservava Charlie Brown. Ma esattamente, cosa possiamo apprendere da tutto questo?
Non lo so. E quando non si sa bene che bilancio trarre, forse non bisognerebbe dire nulla. Anche perché è fortissima la sensazione di aver già detto tutto, e di averlo ripetuto fino alla nausea, e che tutto sia chiaro, lampante. Basterebbe guardare con onestà ai fatti – e alle persone – senza raccontare balle. Perché è dalle balle raccontate a raffica che siamo stati sconfitti: una corrente continua di favolette contraddittorie che ancora oggi gronda, a “vittoria” ottenuta, dalle pagine dei giornali locali.
Il giorno prima annunciano – in una sorta di nuovo lebensraum – che la città è nuovamente sicura perché entro i suoi confini non ci sono più nomadi, il giorno dopo teorizzano la grande area metropolitana milanese, interconnessa e globale. Il cittadino che non vuole farsi prendere per i fondelli può fare due più due: il rom (naturaliter ladro!?) non minaccia più la nostra sicurezza perché si è trasferito nel comune vicino?
L’amministratore cattivo dice che i rom sono stati cacciati, quello buono rivendica di aver collocato gli ultimi superstiti in case messe a disposizione dalle parrocchie (che in questo caso, chissà perché, non sono buoniste). Ma se erano così pericolosi, queste donne e questi bambini, come possiamo tenerli ancora come vicini di casa?
E così via. Un rosario lungo nove anni che, c’è da giurarci, verrà sgranato alla prossima tenzone elettorale.
La macchia di sugo, vera o virtuale – siamo pronti a scommeterci - non ci lascerà mai.    

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