22 ottobre 2010

Ragazzi fortunati

Questa volta mi sentivo più adeguato, più “a posto”. L’anno scorso, invece, avvertivo di non meritarmi tanta fiducia, come un passante che assiste per caso a una conversazione intima e profonda. Dalla finestra di fronte.
Come un cane in chiesa.
Ieri invece ho sentito solo il grande privilegio che mi veniva concesso: essere accolto in questo cerchio senza aver mai fatto la fatica di una notte in comunità, senza titolo a chiamarmi educatore. Un “ragazzo” fortunato, canterebbe Jovanotti.
Anche  ieri sera la tecnica era quella del Metalogo;  il nome è più complicato di quel che succede: ci si mette in cerchio e ci si lascia guidare dalle parole di Micaela e, soprattutto, dal racconto degli altri, da ciò che le storie narrate fanno risuonare in noi. Si racconta di se stessi e si lavora insieme sui significati e sulle emozioni.  Semplice e profondo.  E come tutte le cose semplici e profonde, molto, molto impegnativo.
Ma l’anno scorso il clima era diverso: sarà stata l’estate e i temporali, la luce radente; oppure perché nel salotto c’erano quattro “ragazzi”, tutti maschi insomma. Con Fabio, Roberto, Filippo e Giulio ho vissuto quattro incontri intensi e densi, ma come stabili, fermi. Una discesa in grotta continua e costante. E poi su, di ritorno.
Questa volta, invece, i turbini e le onde di Arianna, Vanna, Sergio, Tarcisio ed Enrico, tutti ormai arrivati nella fase di reinserimento della comunità.
Ed è proprio una biografia di comunità che vogliamo scrivere insieme: come si è arrivati qui – quasi tutti un anno e mezzo fa - che percorso abbiamo fatto, cosa vediamo se ci volgiamo indietro, cosa ci ha aiutato di più. Per iniziare i racconti Micaela invita i “ragazzi” a scendere di sotto, per prendere l’oggetto realizzato un mese dopo l’ingresso in comunità, quando hanno deciso di rimanere e hanno firmato il contratto educativo. Un disegno, un collage, una piccola scultura con la creta per presentarsi agli altri ospiti e dire con un simbolo chi si era e come ci si sentiva in quel momento di svolta.
Ed è proprio quando ciascuno ha in mano il proprio disegno che inizio a vacillare sotto le ondate di emozioni che si susseguono. I quadri tra le mani scottano, e pesano, perché rappresentano  quelle parti di sé che non si vorrebbero, quelle disarmonie e quei problemi con i quali si è arrivati qui. E che ancora si fanno sentire, nonostante il percorso di cambiamento.
Dipendenze, relazioni in frantumi e casini a ripetizione, senso di fallimento; non si cancella niente, mormora Arianna. Le frasi si fanno faticose, le parole inciampano, poi si arrestano di fronte alla commozione e alle lacrime.
Percepisco la fatica fisica che comporta riavvolgere la pellicola.
Enrico scoppia in un pianto a singhiozzi di quelli che non puoi frenare. Ci fermiamo. Sono cinque minuti tosti. Non so dove guardare. I pensieri vagano: c’è l’Innominato e la tomba di Lazzaro. C’è che vorrei avere questo pianto l’ultimo giorno, a Giosafat.
Mi sento ancora di più un “ragazzo” fortunato a essere qui, testimone di cose grandi. Mando un pensiero a Lara, che dopo quattro mesi da educatrice ha dovuto mollare, sopraffatta dai vissuti e dalle risonanze.
Guidando verso casa, nel mondo dei regolari, penso che anche Arianna, Vanna, Sergio, Tarcisio ed Enrico siano fortunati, a vivere in questa maniera intensa e densa; in contatto così diretto con ciò che abita e si muove dentro tutti noi, nel bene e nel male.
Persone vere. “Ragazzi” fortunati.    

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