sabato 25 settembre 2010

Uno per volta

Seduto non ci sta. Fermo in piedi, nemmeno. Le prime immagini ti colpiscono: gli occhi di sbieco, la lingua fuori. Cammina tutto scomposto  e con un movimento ossessivo abbassa la testa e tutto il tronco in avanti e poi ancora indietro; su e giù, senza tregue apparenti.
Poco dopo lo vediamo in “classe”, accanto a un banco, quasi sotto: sta chinato sui talloni e s’infila ritmicamente le dita negli occhi.
Quando si è tra “addetti ai lavori” ci si può prendere qualche affettuosa libertà e Lucio, lo psicoterapeuta che commenta le immagini che vediamo proiettate sul muro, definisce Lorenzo un “animaletto”. In realtà, ci spiega subito, Lorenzo é un giovane di ventidue anni affetto da un forte ritardo mentale ed autismo: un ragazzo con un rapporto tutto particolare col mondo che lo circonda e un universo interiore che fatica a mettersi in contatto con ciò che sta fuori di lui. “Il mondo interiore di Lorenzo e dei ragazzi con i suoi problemi è identico al nostro, solo che la via d’accesso è stretta. L’immagine potrebbe essere quella di una capiente damigiana e del suo collo: da lì può passare solo un’informazione per volta, un solo stimolo sensoriale. Questo ha delle conseguenze evidenti sia sul percorso di apprendimento e crescita dei bambini, sia sulle capacità di stare in un ambiente che normalmente ci fornisce una pluralità di stimoli.”
Lorenzo si sta ancora torturando gli occhi davanti a noi, ma attenzione: non è il Lorenzo di oggi, ma quello di tre anni fa, quando approdò all’istituto e nella comunità supervisionata, appunto, da Lucio e dal suo staff.
Da allora ha potuto seguire il programma di ri-abilitazione messo a punto appositamente per lui. E infatti i file che si aprono uno dopo l’altro mostrano Lorenzo mentre comincia il suo percorso, quando inizia a stare seduto per trenta secondi, a riconoscere e a corrispondere a determinati stimoli visivi e uditivi, a manovrare da solo le posate. Un gradino dopo l’altro, il proiettore ci guida all’ultimo breve video, quello che lo mostra – seduto a un banco – impegnato in un’attività con una educatrice: riesce a rivolgerle lo sguardo e a farsi capire, s’intuisce persino un suo ammiccare scherzoso.
Due persone molto diverse, distanti tra loro “solo” tre anni di cura e abilitazione.
Miracolo? No, il frutto di un bel mix di competenza e umanità, il risultato di strategie educative e didattiche pensate e perseguite con grande metodo e passione.
E’ strano, a volte pensiamo alla disabilità come un campo d’impegno in cui i risultati non possono che essere limitati, i progressi stentati e il cambiamento una dimensione tutto sommato periferica. Ma evidentemente non è così, soprattutto quando si riesce ad arrivare per tempo nel posto giusto, quello in cui possono darti una mano decisiva.
Uscito dall’incontro penso soprattutto alla famiglia di Lorenzo, a come  sia possibile che nel duemila esistano ancora coppie che devono affrontare da sole l’avventura di un figlio con problemi seri di sviluppo; come mai, nonostante tutta la rete di servizi, ci sia ancora chi rischia di crescere i figli disabili col fai da te. Penso alla retorica sulla famiglia e alla sua presunta capacità di essere risposta a tutti i problemi; ma penso soprattutto alle persone incontrate negli anni dai genitori di Lorenzo: possibile che nessuno abbia indicato loro la strada giusta, abbia dato loro l’informazione decisiva?
Evidentemente su questo fronte dobbiamo migliorare ancora.
Un passo alla volta, come Lorenzo. Ma un po’ più  in fretta.

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