11 settembre 2010

Memory lost

Pare di vederlo, con la bocca aperta e il cellulare all’orecchio. Cerca di capire chi sia quel Marco che lo chiama, una sera qualunque di una giornata qualunque, dopo anni che non ci si vede. “Ciao, sono Marco, del Centro giovani. Ti ricordi di me?”.
Non sono momenti facili, quelli.
Quanti ragazzi ti sono passati davanti in cinque anni di lavoro in quel centro d’aggregazione? Quanti Marco? E questa voce, a quale faccia associarla?
E poi sono più di dieci anni che non ci lavori più.
Giovanni ha scelto la strada che in questi casi imbocchiamo quasi tutti: “sì, certo che mi ricordo…” per poi confidare nel dettaglio rivelatore durante la conversazione. Qualche aneddoto che ci indichi la via, ci faccia luce nel buio nel quale brancoliamo.
Come stai? Ho trovato su internet il sito dell’associazione e ho visto che c’era anche il tuo numero. E allora ti ho chiamato…”. Giovanni ci racconta l’episodio con una faccia che è un programma: ancora stupore, ma anche una soddisfazione grande così. Marco infatti lo ha rintracciato per il gusto di fare due chiacchiere e avere magari qualche notizia aggiornata dei vecchi educatori del centro d’aggregazione. Che fine ha fatto Tizio, dove lavora oggi Caio, cose così. Ma nel corso della telefonata ha buttato lì anche un “grazie” inatteso: “grazie per tutto quello che avete fatto per noi. Eravamo un gruppo di sbandatelli: se non era per voi, secondo me ora stavo in galera…”.
Sono parole che pesano, queste qui. Son parole che contano, che possono fare la differenza e rimettere ordine in una storia professionale e umana. Dargli ancora più senso, se ancora non ce l’ha come dovrebbe. Oggi poi, che i centri d’aggregazione giovanile sono snobbati come ferri vecchi del passato, che vengono chiusi uno dopo l’altro, o prosciugati dalla precarietà...
Si dice abbiano fatto il loro tempo, che si rivolgono a gruppi troppo ristretti, che i ragazzi oggi non s’aggregano più in posti come quelli. Che si rischia di replicare ghetti per gli sfigati.
C’è del vero in tutto questo, ma anche no. Come dimostra la storia di Marco e del suo gruppo, ripercorsa in poche battute al telefono: la compagnia di ragazzini che comincia a radunarsi nei cortili di case popolari di Baggio, i problemi con la scuola, le scorribande per le strade del quartiere. I primi valicamenti del sottile confine tra avventure e cazzate. Lì, in mezzo a quel percorso di crescita fai da te, si è piantato il centro: quattro mura tra i palazzoni per giocare, per misurarsi. Dentro e fuori, con tutte le fatiche e le frustrazioni degli educatori che quasi mai vedono in diretta tutti i risultati del loro lavoro. Non a caso Giovanni, anche dopo aver finalmente messo a fuoco  Marco e soci, è stato colto di sorpresa dal suo ringraziamento: non ricorda niente di particolare di quel periodo e di quel gruppo di ragazzi. Nulla di eroico o particolarmente significativo, solo la quotidianità fatta di incontri e scontri, vicinanze e lontananze. Pallone, sala prove e ping pong. Gli ingredienti semplici e un po’ scontati di adolescenze come tante altre, gli ingredienti semplici e un po’ scontati di un rapporto educativo durato qualche anno.
L’essenziale è invisibile agli occhi, diceva la volpe al Piccolo Principe. Certe volte è proprio vero. E in una società apparentemente basata sull’apparire, l’essenziale ha vita dura.
Per fortuna, quando non te lo aspetti, arriva una telefonata.
Pronto, ti ricordi di me?

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