lunedì 30 agosto 2010

Sei pronto?

“Sei pronto? Ti sei preparato almeno un po’?”, mi fa quello con gli occhiali. Un avvertimento più che una domanda, una cosa del tipo “io so di cosa parlo perché ci sono passato…”. Rimango un attimo perplesso. Poi il Mauri passa rapido dalla proposta all’azione: mi indica la direzione da seguire e mi fa strada;  in fondo al grande atrio, prima porta a destra.
Il Mauri è il direttore di questa struttura – centro geriatrico polifunzionale - e gira come il nocchiero sul ponte della propria nave: passo sicuro e lingua sciolta, conosce tutti gli operatori sanitari per nome e quando li incontra ha una battuta per ciascuno. E’ con questa sicurezza che mi fa strada in uno dei suoi reparti “speciali”: quello delle persone in stato vegetativo e per malati di SLA: sclerosi laterale amiotrofica, o anche morbo di Lou Gehrig (dal nome del giocatore statunitense di baseball che fu la prima vittima accertata di questa patologia).
Il Mauri entra in queste stanze da uno, due o tre letti con la consueta sicurezza e apprendo al volo che non solo conosce ad uno ad uno i suoi operatori, ma anche le persone che ospita: una cosa tutt’altro che scontata. Saluta il primo ospite, disteso in questo letto supertecnologico, circondato da macchine, monitor e computer. E’ giovane, non so se arriva ai quarant’anni, non muove un dito ed è attaccato al respiratore; il suo unico canale di comunicazione è, appunto, un pc che compulsa con gli occhi: internet, ma anche i messaggi quotidiani per coloro che lo assistono: ho fame, ho sete, sono stanco, ciao. “Allora come va? Sei su internet, eh? Musica… stai cercando le parole delle canzoni…” fa il Mauri. Quello che mi colpisce di più, in questo primo scambio è l’assenza di qualsiasi feedback; il direttore parla, io saluto, ma il giovane a letto può solo socchiudere gli occhi; nessun cenno che mi dica che cosa abbia mosso dentro di lui questa nostra irruzione, questo mio imbarazzato saluto. Mi viene in mente il primo assioma della comunicazione – “non si può non comunicare” – e penso che forse ci sono posti o momenti in cui questa legge non è poi così  vera.
Ma il giro è per forza di cose veloce e non c’è il tempo di fermarci, entriamo in un’altra camera con due persone anziane nei loro letti: la scena è la stessa, il Mauri che parla diretto e cortese con le due donne e il mio saluto che rimane appeso lì, senza risposta. Tra una stanza e l’altra il direttore mi fa luce sulla vita qua dentro: la storia di qualche paziente, i parenti, la supervisione di una psicologa che conosco, il rischio di burn out degli operatori. Schegge di un universo così lontano dalla nostra vita quotidiana che ritrovarmi, poco dopo, nel pieno sole del cortile è un piccolo shock.
Mi dirigo verso l’auto e penso alla vita di queste persone inchiodate a un  letto e, ancora prima, bloccate nei propri corpi. E’ il mio ultimo pomeriggio di lavoro e il contrasto con questa vigilia di partenze è impietoso.
Apro l’auto e poi mi volto a guardare questo bel parco; nella mente la domanda del signore con gli occhiali: “sei pronto?”. E’ una domanda che ora suona come un privilegio, premessa e promessa di un cambiamento di stato, di un moto da luogo a luogo: chissà da quanto tempo non lo chiedono più alle persone che ho visto oggi…
Sto qui fermo come un cretino e mi viene in mente una raffica di parole che iniziano con “sla”: slatentizzare, slavare, slacciare, slavina. Tutti vocaboli che implacabili significano movimento, cambiamento. Tutti tranne slavo. Da schiavo, non libero.
E’ ora di andare. Sei pronto?    

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