15 luglio 2010

Come se venissi da marte

Si respira aria di rimpatriata: pacche sulle spalle, sorrisi, abbracci. “Come stai?”. Pare la riunione di un gruppo che ha trascorso insieme le vacanze estive e ora si ritrova, in una serata di tardo settembre, a vedere le foto, a ripassare per qualche ora le emozioni e le impressioni di quei quindici giorni. “Ti ricordi?”.
E invece no: attorno a questo tavolo si riuniscono per la prima volta, tutti insieme, dopo aver finito il percorso terapeutico ad Azimuth, il loro centro diurno.  Ex tossicodipendenti, dice l’etichetta; sei giovani uomini e donne che hanno attraversato una vicenda umana tutta particolare e ora sono stati chiamati a raccontarsi.
Alberto conduce il gruppo ed è bravo a mettere tutti a proprio agio; il primo esercizio, quello di riscaldamento, conferma un poco quest’aria da villaggio vacanze: ciascuno viene invitato a scegliere un animale o un vegetale che rappresenti Azimuth e il percorso di cambiamento vissuto qui nel corso di un anno e passa: chiudi gli occhi, rilassati per un paio di minuti e concentrati su queste quattro mura e sulle giornate che hai trascorso qui: cosa vedi?
Ed ecco apparire boschi verdi, leonesse pazienti che sanno aspettare ma soprattutto proteggere, aquile indipendenti che si alzano in volo con le proprie forze, cavalli che vanno accuditi con impegno e guidati con perizia, giraffe scelte per la loro postura dritta, la testa alta, fiera.
Dalle immagini al racconto di sé il passo è breve: il clima rimane rilassato, ma le parole si fanno impegnative, difficili. Cominciano a delinearsi cammini di cambiamento iniziati quasi per caso o, al contrario, perchè costretti in una cella carceraria, o per una ferrea volontà di uscire fuori dai casini.
Alberto usa un’espressione che finisce per caratterizzare un po’ tutto il confronto: “parlatemi come se venissi da un altro pianeta”, intendendo dire: sono un operatore sociale, ne ho sentite e viste tante, ma voi fate finta che io non ne sappia niente e cercate di farmi capire il più possibile.
Ecco allora che si entra nel vivo: Elisa racconta dell’anno che ha passato tappata in casa per non ritornare alla cocaina e all’alcol, dodici mesi nel corso dei quali usciva solo scortata dai suoi: niente soldi, le chiavi della macchina nascoste per evitare qualsiasi tentazione. Samuel e Alessio usano le parole più profonde e nere: il dolore che deriva dallo smontare pezzo a pezzo le proprie certezze, i sensi di colpa, i rimorsi,  le “vergogne”. “Uscivo dalla riunione col gruppo e tremavo”, “In gruppo venivano fuori cose che non direi neanche a mia sorella”, “Finiva la seduta di arte terapia ed eravamo lì in tre o quattro a piangere come fontane”.
Ma poi ci sono i risultati: a mano a mano che si prende distanza dalle sostanze si riscopre il piacere di risentire le emozioni, si impara a concedersi il tempo necessario, ritornano a galla passioni e interessi messi in ombra dalle droghe e dagli sbattimenti per ottenerle. Infine l’autonomia: "vedere quelli pippati e non sentire niente: bellissimo!".
Sono racconti che tutti crediamo di sapere già, rappresentati al cinema o sentiti raccontare al telegiornale. Filtrati dalla facile retorica del tunnel o del toccare il fondo per poi risalire.
Eppure, se ci pensiamo bene, la distanza che ci separa da queste storie, da queste “vergogne” e da queste risalite è molto più di quella che c’immaginiamo in prima battuta.
Se ne può avere un’idea, certo. Ma sapere non basta.
Almeno per me, ha davvero ragione Alberto: è come se venissimo da Marte.    

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