6 giugno 2010

Arrivederci Marinù

Quando qualcuno non c’è più, la retorica s’apposta dietro l’angolo. Sta lì. E aspetta che ci mettiamo davanti al foglio bianco, o che saliamo a parlare di fronte agli altri. Poi comincia a lavorare.
E’ un rischio che intendo correre, adesso, ricordando Marinù, assistente sociale di lungo corso ma dalla vita troppo breve, portata via da un infarto neanche raggiunti i cinquant’anni. Più di vent’anni passati in  un servizio pubblico di quelli di frontiera, prima a occuparsi di adulti in difficoltà, poi di persone con disabilità e le loro famiglie.
Quando penso alla “gente di lato” penso a persone come lei: capaci giorno dopo giorno di affiancare il percorso di tanti uomini e donne davvero in difficoltà. A volte nella palta fin qui.
Essere gente che sta di lato non vuol dire in questo caso non farsi vedere o, peggio, essere irrilevanti o insignificanti: Marinù, fin dal nome, è stata donna che si faceva notare. Il suo fisico, certo; gli occhi e il sorriso, anche. Ma soprattutto la sua presenza ferma e affidabile, nelle situazioni più delicate e scottanti cha un Comune attraversa: sfratti, occupazioni abusive, poliabusatori di sostanze, famiglie senz’arte né parte. Lei c’era. Calma, assertiva, fiduciosa. Una sicurezza per chi si trova tra le mani, da amministratore, queste patate bollenti. Un punto cardinale.
Così la ricorda Massimo, assessore in un periodo di forti tensioni sociali e marginalità crescenti: “Prima d’entrare mi ha fatto coraggio: <non aver paura, alla fine anche loro sono uomini e donne>. Dentro la vecchia scuola abbandonata tanti nuclei familiari di persone sfrattate. Bambini, donne, pochi uomini. Finanche cani. Dappertutto odore di urina, di sporco. Nello scantinato anche una ventina di albanesi, accolti dopo il primo sbarco e ora lasciati a marcire nel dimenticatoio di una città. Di notte qui si spaccia droga e si affolla di prostitute. In Comune la scuola è ormai soprannominata Hotel Beirut e  ci si guarda bene dal frequentarla. Prodromi di una scena a cui pochi anni dopo ci saremmo assuefatti. Quella scuola nel giro di qualche mese è stata restituita alla città, attraverso la decisione di governare – e non rimuovere [o sgomberare] - una situazione del genere. A tutti, gradualmente, una possibilità di lavoro e poi di casa. Chi non ci sta, perde il treno. Problema risolto. La professionalità e la passione di Marinù erano il vero motore di queste operazioni”.
Una passione che “utilizza” una professione; una professionalità che ha tra i propri ingredienti fondamentali la passione, quando troppo spesso i due termini vengono divisi, se non contrapposti. Una professionalità fatta anche di percezione del bene pubblico, di senso di responsabilità, di volontà di leggere il bisogno, di sana autonomia e personalità. Orgoglio professionale: assistente sociale, non so se mi spiego.
Tanti elementi forse oggi non proprio scontati, in un clima che vede le professionalità sociali dibattersi tra adempimenti formali, comportamenti standardizzati e conformismo diffuso.
Richard von Weizsacker, nel 1993, ricordava con queste parole i giovani studenti della Rosa Bianca di Monaco: “Ognuno è responsabile per ciò che fa e corresponsabile di ciò che lascia fare. Ad ogni generazione si presenta, in modo sempre nuovo e diverso, il compito di non chiudere gli occhi di fronte all’ingiustizia, di non scansare i conflitti, di non diventare indifferenti, di non lasciarsi catturare, di superare la passività e il fatalismo, la paura del rischio e il conformismo, anche quando non si tratta di vita o di morte .”
Grazie Marinù.
Arrivederci.    

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