19 maggio 2010

Il caso, la necessità

“No, in quella data non possiamo incontrarci, perché c'è la festa di fine percorso di Giovanni”. Non ho pensato niente di particolare, ho sparato altre date scegliendo tra le caselle libere in agenda e abbiamo combinato l'appuntamento. Solo qualche ora dopo sono riandato con la mente alle parole di Micaela e mi ci sono fermato. Quante frasi ci scivolano dentro senza che ricevano il giusto peso, la giusta sostanza.
E' il caso di questa “festa di fine percorso” che a coloro che non sanno di comunità dice poco; ma se ci sei stato, se c'hai passato un pezzo della tua esistenza, come operatore o come ospite, allora sai cosa significa. Ci sono parole che non hanno doppio fondo, ce ne hanno almeno quintuplo e dentro c'è come una vita: percorso, fine, festa. Posso solo immaginare l'ansia che procurano a Giovanni queste tre parole messe in fila; finiscono due anni passati qui a scoprire un altro se stesso, a percorrere e ripercorrere quel “circolo della vita”: in relazione con gli altri per imparare a cambiare, cambiare per stare meglio in relazione con gli altri.
Un percorso di due anni è lungo, ma a volte inizia quasi per caso, o per necessità. Dalla viva voce di Giovanni, qualche mese fa: “Io sono venuto qui per fare il percorso breve di tre mesi per la dipendenza da cocaina: sono stato per così dire obbligato. In pratica da sei mesi andavo due volte la settimana al SERT, ma il percorso mi serviva a poco. Ad un certo punto ho anche detto alla psicologa che quando andavo lì la prendevo in giro. E ho smesso di frequentare. Ma alla mia famiglia ho fatto credere che ci andavo ancora. Quando mia sorella, dopo tre mesi, è andata a colloquio con la dottoressa, sono stato scoperto, e così ho dovuto in qualche modo accettare quello che mi veniva “proposto”: un percorso breve qui in comunità. Non potevo fare altrimenti.
In realtà ormai mi rendevo conto che non ce l'avrei fatta da solo, non avevo abbastanza forza e motivazioni. Avevo bisogno di una struttura, di un posto. Essendo un po' con le spalle al muro, ho accettato la prima proposta che mi è stata fatta, non mi interessava neanche a cosa sarei dovuto andare incontro. All'inizio la psicologa mi ha detto: <Vai, almeno stacchi, anche dallo stress del lavoro>. Sono entrato qui e mi dicevo: smetto per tre mesi e poi riparto come se fossi una persona nuova, come se non mi fosse mai successo niente”.
Veni vidi vici: quante volte ci illudiamo di essere Cesare. E invece siamo Giovanni e ci tocca una strada un poco più lunga. Trincee e guerra di posizione al posto di blitzkrieg: reticolati da individuare e tagliare con la pinza per poter fare qualche metro, la fatica e la necessità di essere aiutati.
Non so se la metafora bellica piaccia a Giovanni, ma credo di non essere lontano dal vero se immagino così i due anni che lo separano dall'entrata, tra caso e necessità,in questa villa con parco.
Alea iacta est, questo sì.
Io sento che sono stato molto fortunato ad arrivare qui al momento giusto. Per me infatti la fortuna è arrivare al posto giusto nel momento giusto. Ricordo che il primo giorno che ero qui, ho espresso questo concetto in riunione e Anna mi ha detto: <Qui non viviamo di speranze>. Io però sì, e alla fortuna ci credo. È logico, non è che aspetti che ti piova tutto addosso, però la speranza io ce l'ho. E io qui ho visto delle cose che non avrei mai immaginato di poter vedere.”
Buon cammino, Giovanni. E buona fortuna.

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