6 aprile 2010

Tana liberi tutti

Stai fermo. Non fare cazzate.
Non ti muovere.
Non occorrono parole per impartire l’ordine: basta guardare al di là dei tornelli; siamo stati strappati dai nostri pensieri subito dopo aver terminato i gradini. Eravamo automi: clangore di porte metalliche, mind the gap, poi le scale, mobili o fisse. Ora, invece, non possiamo più affidarci al pilota automatico delle nostre consuetudini: oltre le obliteratrici c’è chi – senza chiedercela – si è presa tutta la nostra attenzione.
Una quindicina, non di più. Ci fermiamo tutti, mentre davanti a noi si svolge uno strano gioco tra due bianchi con in mano delle manette e cinque giovani nero ebano.
Non ti muovere. Non fare cazzate.
Non so se le abbiamo sentite davvero, queste parole. La scena forse è avvenuta in silenzio e abbiamo dedotto tutto dal linguaggio dei corpi: uno dei due cerca di trattenere i polsi di un ragazzo nero che si divincola e resiste, gli altri vanno e vengono, tutti attorno, cercando a turno di liberarlo. Fuggono solo per lo spazio necessario a sottrarsi al secondo bianco, che gioca in difesa, a impedire che il gruppetto riesca nel suo intento.
Poliziotti? Vigili? Non hanno divisa, non abbiamo il copione.
Non sappiamo cosa sia successo poco prima e il cervello fatica nel traffico di trailers polizieschi. La punteggiatura la dobbiamo mettere da soli e il racconto di ciò che abbiamo davanti agli occhi cambia ogni tre secondi.
I due dalla parte della legge si riconoscono, hanno le manette e fin qui è facile. Gli altri cinque, invece, hanno la loro mercanzia lì per terra: borse, cinture, ombrelli. Tutto qui?
Un controllo come tanti, clandestini, resistenza a pubblico ufficiale; spacciatori, indagini in borghese; contraffazione, venditori in metrò; arbitrio, dacci cento euro e ce ne andiamo. E’ incredibile l’affollarsi di impressioni e domande quando ti cambiano improvvisamente lo scenario in cui stai recitando la tua solita parte.
Chi è dalla parte della ragione e chi ha torto? Chi è in una posizione di forza? Serpico, Davide e Golia, Tolleranza zero, né con lo Stato né con le BR, Kunta Kinte.
In mezzo a tanta confusione, continuiamo a rimanere tutti immobili. Tutti tranne un signore anziano ed elegante: si avvicina ai due con cautela e fa segno di stare calmi, d’andarci piano. Ma a chi si riferisce, al poliziotto  o a chi è determinato a liberarsi da lui?
L’unica cosa che riesco a percepire chiara e forte mi arriva dal ragazzo che si divincola e da quelli che corrono in su e in giù:  un istinto prorompente a rimanere liberi, un comandamento imperioso, vitale, a restare liberi, a non farsi rinchiudere. Una forza.
Poi tutto si scioglie. L’ultimo assalto riesce, la presa viene meno, i cinque fuggono rapidissimi, lasciando la merce sul posto. Non è importante cosa succederà questa sera, quando torneranno senza nulla; quello che conta è la libertà, di tutti.
Rimane lì anche l’affanno dei due agenti, la loro frustrazione, che si sfoga su una signora: “e voi, state fermi e non fate niente? Da che parte state?”.
Già, e noi?
Esco alla luce del tardo pomeriggio con addosso quella forza. La paragono al mio alzarmi la mattina, al mio muovermi sicuro per la città. Alla nostra libertà scontata: niente e nessuno ci ordina ogni mattina di rimanere liberi…
Per il resto c’ho capito poco e niente. Ma è forte il sospetto d’aver assistito allo scaricarsi - sui più deboli ed esposti - delle nostre ingigantite paure, delle nostre frustrazioni collettive.
Io, alla fine di tutto, mi sento solo di stare dalla parte di quel comandamento; più vero e vitale di tante mie giornate.
Tana liberi tutti.    

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