giovedì 29 aprile 2010

Nuove parole

C’è sempre qualcosa che non va. Che non convince. Scartate le espressioni più becere e le etichette più facili, ci si è persi in un divertito tira e molla, in un groviglio di tentativi e proposte cassate dai più. Alla fine non si è arrivati a nulla, ma terminato il tempo a disposizione siamo usciti dalla sala con la sensazione di aver fatto qualcosa di bello, d’importante.
L’abbiamo passato così il pomeriggio. Una discussione aperta e partecipata da un centinaio di persone, alla ricerca del nome più giusto, delle parole più adeguate a rappresentare  il mondo degli… (ex) pazienti psichiatrici (?).
Il workshop di Redattore sociale era dedicato ad analizzare i dieci luoghi comuni da non frequentare quando si parla di disagio mentale; pubblico di operatori dell’informazione e due ospiti d’onore: Massimo Cirri, notissima voce della radio e psicologico in un centro di salute mentale e Alice Banfi, autrice di un romanzo – “Tanto scappo lo stesso” – ispirato alla sua lunga esperienza di paziente (?) della psichiatria lombarda (sette anni di ricoveri in 13 diversi reparti e cliniche psichiatriche).
Siamo partiti da Massimo Tartaglia (a proposito di problemi di linguaggio…), e dalle etichette che i mass media gli hanno affibbiato dopo il malcapitato lancio del Duomo sul volto del Presidente del consiglio: psicolabile, pazzo, squilibrato e così via. Esattamente quale sia (stato) il problema di Massimo Tartaglia – e se davvero tale problema avesse un rapporto col lancio - nessuno lo sa,  ma le etichette hanno svolto la loro funzione sintetica, lapidaria: matto, e ho detto tutto. In realtà dietro l’etichetta ci sono un sacco di significati possibili, di sintomi e di storie diverse, di sfumature o differenze sostanziali, delle quali però frega a molto pochi. Le prime parole attribuite a Tartaglia dopo l’arresto sono state subito connesse alla sua confusione mentale, ma lette in questa luce risultano molto vere e profonde: “Io non sono nessuno”.
Ecco, da qui è partita la ricerca di un nome che cercasse di ridare dignità e personalità a chi ha sofferto o soffre di problemi psichici. Per evitare le etichette, ci si è spesso avventurati in lunghe definizioni che di giornalistico non hanno nulla (“persone che hanno fatto esperienza di disagio mentale”) e che, nella loro lunghezza e tortuosità, mettono più in risalto l’imbarazzo di parlar diretto che la centralità delle persone che si vorrebbero tutelare, valorizzare, emancipare.
Quando si è corso il rischio di sbandare verso l’idealismo e il romanticismo ci ha pensato Alice  a richiamarci alla profonda sofferenza che spesso s’accompagna all’esperienza. Imperdibile poi l’espressione di chi – dopo aver candidamente proposto di recuperare “psicolabili” -  si è visto chiedere da Cirri “ma scusi, a lei farebbe piacere essere chiamato psicolabile?!”
Mettersi nei panni dell’altro è forse la cosa più difficile quando si parla di questo tema.
 In fondo è lo stesso itinerario che hanno compiuto istituzioni, associazioni, familiari delle persone con disabilità: mongoloidianormaliinvalidihandicappatiportatoridihandicapdisabilidiversamenteabili. Un lungo percorso, fatto di tentativi ed errori, accanto al quale e attraverso il quale si è svolta la lunga marcia del riconoscimento della dignità e dei diritti. Le parole trascinano con sé le idee. E viceversa.
Solo che qui gli ostacoli sembrano maggiori: l’ignoranza, la paura, il pudore, le superstizioni, lo stigma. Permane forte la volontà ostinata di mantenere le distanze per non farsi coinvolgere, per non farsi toccare.
La marcia in più – ce lo ricorda Cirri - è invece rappresentata dalle stesse persone di cui si vorrebbe parlare: persone che possono da sé, col tempo, scegliere e darsi il nome più appropriato per farsi riconoscere.
Sarebbe bello, un giorno, poter dire d’aver assistito – in un pomeriggio milanese – ai primi timidi vagiti delle nuove parole.

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