mercoledì 24 marzo 2010

Mattone dopo mattone

Che cos’è che ci fa cambiare? E’ difficile dirlo, perché le storie di cambiamento non ubbidiscono a regole definite, sono piuttosto dei corsi d’acqua: irregolari, imprevedibili; sinuosi e lenti o ripidi e torrenziali, secondo il terreno che incontrano.
Qualche volta il cambiamento ha la faccia di Schneider, il centrocampista dell’Inter. L’ultima volta che ho incontrato Luca gli ho fatto notare questa sua somiglianza e lui si è messo a ridere. Ha detto che non lo sapeva; evidentemente non gli piace il calcio. Ma ama correre. E il suo lavoro di muratore.
Un lavoro che a un certo punto ha dovuto lasciare, perché lo aveva talmente assorbito da non vivere più. Nessun tempo per sé; e la cocaina come mezzo per reggere i ritmi e le pressioni. I debiti accumulati, alla fine, lo costrinsero alla “scelta” di arrivare in comunità.
Oggi parla con serenità, ma si capisce che non è stato facile.
 Ho cominciato il percorso e mi sono accorto quasi subito di avere dei problemi grossi che non erano solo quelli di comprare la coca per farmela. C’erano altre questioni: ho cominciato infatti ad avvertire le mie parti disfunzionali, sentivo gli altri come mi vedevano, stavo male a sentirmi dire certe cose in gruppo”.
Questa consapevolezza del tuo modo di “funzionare” come è arrivata? 
“Ho dovuto riprendere dall’inizio a conoscermi per come realmente ero. Quando sono entrato qui ho cercato di farmi vedere come quello che sa fare tutto, che è più bravo degli altri. Pensa che all’inizio non riuscivo nemmeno a fare le pause sigaretta. Io che ero cresciuto a calci nel sedere, perché bisognava lavorare dalla mattina alla sera, mi ritrovavo ogni ora a dover fare dieci minuti di pausa. Per me era una cosa assurda, un fastidio grosso. Pensavo: <Ma guarda questi che non hanno voglia di fare niente, adesso gli faccio vedere io come devono girare le cose>.
Ma i miei compagni di percorso hanno cominciato a chiamarmi capocantiere. O quadrello. E anche questo mi dava molto fastidio”. 
E come è avvenuto il passaggio a una fase più positiva? Lo riesci ad identificare?
“A un certo punto sono andato in crisi di identità totale, non sapevo più chi ero, cosa dovevo fare. Dentro lì sono stati i colloqui con gli operatori che hanno cominciato a farmi intravedere qualche spiraglio. Ricordo perfettamente come ho iniziato a dare una svolta: prima di tutto cominciando a parlarne con gli altri del gruppo; ho cominciato a condividere di più il mio malessere, ascoltando quelli che erano qui da più tempo, provando a stare un po’ più dentro alle situazioni, senza scappare via. Ho smesso di costruire muri tra me e gli altri, ho smesso di pensare che tutti mi giudicavano. Quello che, secondo me, sta alla base della comunità è proprio l’imparare a farsi aiutare dagli altri, cosa che prima non si riusciva a fare. Qui impari che non combini niente se non ti affidi, se non ti fidi degli altri. Qua non fai niente se vai avanti da solo, e lo stesso è fuori”.
E oggi?
“Oggi sono contento, ho più autostima di me stesso, non ancora come vorrei, però a volte me lo dico: <Mi piaccio, sono contento di me>. Non più come prima che non mi andava bene niente di me stesso e mi vedevo brutto, sia fisicamente che come persona”.
Penso che il cambiamento di Luca stia tutto in quest’ultima sua risposta.
Seguendo un corso d’acqua che riusciamo solo a intravedere, è riuscito ad andare al di là dei muri che costruiva.
E a ritrovare un tizio… col sorriso di Schneider e il fisico da muratore! 

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