martedì 16 febbraio 2010

Trent'anni. Mica paglia.

Trent’anni, mica paglia. Chi ero trent’anni fa? Prima liceo, treno, nuovo paese e nuovi amici, nebbia, il motorino sognato, Cantù capitale del basket, Bennato e i Pooh, la mia famiglia.
Ecco, Marco ha cominciato proprio allora a fumare le prime canne, anzi i suoi primi spinelli, come si chiamavano allora. Trent’anni di consumi e tossicodipendenza, con tutti i passaggi “classici” della carriera: hashish, eroina e, più recentemente, cocaina. Sert, metadone, un tentato suicidio…
Solo ora, a qualche settimana dal nostro incontro, mi rendo conto che dobbiamo essere coetanei, su per giù. E mi fa un po’ impressione intravedere le nostre vite parallele che un giorno qualsiasi si sono incrociate qui, in comunità. Rileggo le parole raccolte dal registratore e mi colpisce in particolare che Marco utilizzi per sé un’espressione così contemporanea: declino. “Io stavo bene con l’eroina e la cocaina, mi ero creato un mondo a parte, mi sentivo gratificato: lavoravo anche il sabato e la domenica e pensavo a portare a casa i soldi. Ho cominciato a lavorare tardi, perché prima ero un giocatore professionista di calcio: infatti a diciotto anni giocavo in serie B. Poi mi hanno trovato positivo – avevo cominciato con l’hashish a tredici - e mi hanno squalificato. E da lì è iniziato il mio declino”.
Trovo che la storia di Marco, come quella di tanti altri, interpelli nel profondo – oltre che il mio personale percorso – anche il clima che stiamo vivendo. Aria di declino, appunto. E di etichette appiccicate alle persone, senza tanto pensarci su. Ma si può cambiare, quando sembra che tutto vada a rotoli? Si può svoltare, dopo trent’anni di tossicodipendenza?
Io, per esempio, ero arrivato al punto di non sapere  più come ci si relazionava con la gente da persona lucida, non sconvolta. Non riuscivo più a capire, non ricordavo neanche com’ero all’inizio, che tipo fossi da adolescente, prima di cominciare a fare uso di sostanze pesanti; avevo dei vuoti”. 
C’è ancora spazio per la speranza, quando si è così? Tossici…
Sì, c’è ancora spazio. E c’è gente che ci crede. E c’è gente che lo sperimenta. Spes contra spem.
Forse una parte sostanziosa del nostro declino è fatta proprio dal cinismo che ci scorre dentro. Ma non tutto è già scritto, e non deve per forza finire male.
Anche Marco, trent’anni di tossicodipendenza, sta cambiando. E’ cambiato: “Qui ho scoperto il mio bisogno di sperimentarmi  in un rapporto di gruppo, perché il mio problema è sempre stato la solitudine. Trovarmi di fronte a tanta gente che non conoscevo mi ha fatto vedere che la solitudine si può “combattere”, o meglio che si può vivere con la solitudine. Si può anche stare soli, ma stando soli si possono avere relazioni con altre persone. Questo per me è stato molto utile. Poi la psicoterapia mi ha aiutato tanto, invece, a buttare fuori tutte le emozioni che non sono mai riuscito ad esternare. Mi sono reso conto di non essere invincibile come pensavo di essere, di non essere onnipotente, ma di essere una persona normale, con le sue paure e le sue angosce. Ho imparato a gestire le mie emozioni, a sentirle. Ho imparato a piangere, difatti ogni volta che faccio un colloquio piango... Mi sto accettando con le mie paure e le mie angosce, sto imparando ad accettarmi: prima con le sostanze mi sentivo invincibile, mi sentivo al di sopra di tutto, ero proprio il massimo, non pensavo a niente, andava tutto bene”.
Fare i conti con i propri limiti e le proprie angosce senza lasciarsi sopraffare. Fare pace con se stessi facendosi aiutare dagli altri. Uscire dalla solitudine. Abbandonare i panni di chi deve sempre vincere.
Una buona strada. Anche per noi.
Mica paglia.    

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