domenica 28 febbraio 2010

Reduce... dalla terra di nessuno

Parole sante, quelle di Aldo Bonomi. Sta parlando a una platea d’educatori e operatori sociali delle comunità d’accoglienza e li invita a guardarsi attorno e a “percepire le comunità di cura”. In sostanza dice che è necessario andare al di là dei ristretti giri degli addetti ai lavori dell’assistenza, per comprendere con lo sguardo tante altre figure professionali che, da punti diversi, producono – o possono produrre -  cura: insegnanti, medici, ricercatori, psicologi, avvocati... Tante persone, attorno a noi, che costruiscono inclusione e non separatezza.
E cita l’esempio della resistenza dei docenti all’idea  delle classi separate per gli stranieri, e l’opposizione dei medici alle proposte che li volevano obbligare per legge a denunciare i clandestini. Due episodi che hanno evidenziato coloro che appartengono e costruiscono comunità di cura, contrapponendosi nei fatti a quelle che lui chiama le comunità del rancore: “anche chi vive immerso nella  dimensione sicuritaria e sembra avere come unico orizzonte il proprio giardinetto costruisce spesso comunità; sono comunità del rancore, ma pur sempre comunità”.
E allora il punto per gli operatori sociali è percepirsi dentro le comunità di cura più allargate, diventarne attori consapevoli e attivi. Solo così si potrà contrastare “l’egemonia culturale e politica di chi organizza i natali bianchi”.
Parole sante. Anche quando stimola i presenti a riflettere su quanto le logiche del rancore e della separatezza abbiano preso spazio anche dentro e tra le organizzazioni non profit. E’ opportuno rifletterci.
Ma mentre mi appunto mentalmente questo invito, Bonomi – scorrendo i volti di chi lo ascolta – butta lì un “si vede dal look che qui siamo tutti un po’ reduci”. E fa seguire l’invito pressante a uscire dal reducismo e dalla nostalgia e ad entrare dentro le “passioni tristi del nostro tempo”.
Ho fatto fatica a seguire l’intervento del relatore che ha parlato subito dopo. Sono rimasto colpito, infatti, dall’ultima considerazione di Bonomi e mi sono perso a rincorrere domande matrioska, una dopo l’altra.
Reduce?
Reduce da cosa? Ho pensato soprattutto alla mia generazione, quarantenni senza apparenti esperienze da cui essere reduci. Perché si è reduci da un’impresa difficile e rischiosa, da qualcosa che ti ha coinvolto, sconvolto, segnato. Da un tempo straordinario. “Guerra, esilio, prigionia”, esemplifica il vocabolario.
Arrivato alle superiori che ormai tirava vento di riflusso, finita l’università che s’intravedeva tangentopoli, approdato alle comunità d’accoglienza che la fase pionieristica era decisamente alle spalle, di fronte i problemi del consolidamento e della gestione quotidiana, o giù di lì.
Mi chiedo se la mia esperienza si possa estendere a quelli della mia età; a me pare di essere reduce, più che dal fronte, dalla terra di nessuno, fumante e disabitata dopo che le passioni calde sono passate e hanno fatto quello che dovevano fare, hanno combinato quello che dovevano combinare.
Si può avere nostalgia di ciò che altri hanno vissuto? Forse sì, però è tutt’altra cosa dall’essere reduci. E comunque non mi pare che oggi ci guidi la nostalgia.
Ma forse, alla fine di tutto, non avere esperienze radicali e coinvolgenti alle spalle - questo costante arrivare dopo - può essere anche una fortuna. Si possono  avvertire le passioni tristi come il proprio destino, certo; oppure ci si può allenare a cercarlo di fonte a sé, quel tempo straordinario. Nel futuro.
Magari siamo stati risparmiati per essere pronti - aperti -  a ciò che verrà. Dietro l’angolo o tra qualche decennio.
Magari.    

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