1 febbraio 2010

Mutatis mutandis

Non riesco a ricordare di preciso quale fosse la domanda. Una cosa del tipo: “cosa vedono del tuo lavoro dall’esterno?”, oppure “secondo te, cosa pensano di te e del tuo lavoro quelli che ti capita d’incontrare?”.
Ma la risposta è arrivata come una fucilata, e il segno del colpo si vede ancora – a due giorni di distanza – nel muro immaginario delle nostre vite d’operatori sociali; ha guardato un po’ in alto, c’ha pensato due secondi e poi ha detto: “la follia”.
In un silenzio attento e teso, Paolo ha raccontato che spesso, nel suo lavoro al centro diurno, ha la sensazione che i ragazzi lo prendano un po’ per folle. Con affetto, con simpatia, s’intende; ma la sostanza non cambia. Percepisce che quel suo lavorare lì, tra docce fumanti e mutande sporche in lavatrice, è oggetto di profondi interrogativi anche da parte di chi in quelle docce s’infila per mancanza d’alternative. Oltre alle mutande, insomma, gli operatori raccolgono anche silenziose domande sulla loro “normalità”: ma questi, saranno mica un po’ matti a stare qui?
Ma la stessa domanda Paolo e soci la leggono anche negli occhi di chi passa a visitare il centro: amici, sostenitori dell’associazione, ricercatori…  
Le sue parole disegnano per gli educatori  uno strano destino di solitudine e incomprensione, che non cambia col mutare del punto d’osservazione: i ragazzi che vivono in strada o i cittadini “regolari” che guardano da vicino il centro diurno.
Mentre ripenso alle parole di Paolo, riprendo in mano la mappa degli obiettivi del centro. Sono tre.
Primo: ridurre i disagi e migliorare le condizioni quotidiane di vita di giovani, migranti e non, che vivono nelle strade di Milano e dormono in baracche, treni e case abbandonate. Lo si fa, quattro volte alla settimana, mettendo a disposizione  dei ragazzi  uno spazio caldo, pulito, regolato e accogliente per “staccare”, mangiare, riposare, pregare, relazionarsi con i pari. Lo si fa anche attraverso l’erogazione di servizi per l’igiene e la cura di sé, la distribuzione di generi di sopravvivenza: vestiti, coperte, cibo.
Secondo: migliorare la capacità dei ragazzi di percepire e comprendere la propria situazione e d’inventarsi percorsi praticabili per il futuro. Qui gli strumenti più utilizzati sono i colloqui individuali e le occasioni di confronto con gli operatori, la creazione di uno spazio protetto di relazione coi pari, infine la consulenza, l’orientamento e l’accompagnamento ad altri  servizi specialistici.
Terzo: concorrere a rompere l’isolamento e a costruire una cultura dell’accoglienza, dei diritti e del riconoscimento della dignità di ciascuno.
Rileggo i tre obiettivi e mi chiedo quale sia il più… folle.
Apparentemente il primo, quello che ha a che fare con gli indumenti intimi, con gli umori e gli odori degli esseri umani più marginali di questa grande città.
Oppure il secondo, quello che ha a che fare con le prospettive future di ragazzi e ragazze che un futuro, almeno in questo Paese, non possono averlo. Per legge.
Ma alla fine, arrivo a sospettare che quello più “folle” sia in fondo il terzo, proprio quello che vuole rompere l’isolamento (dei ragazzi di strada? dei cittadiniperbene? Oppure degli operatori sociali?) e costruire una diversa cultura dell’accoglienza e della dignità.
Stanno forse qui – ben nascosti – i nostri panni più sporchi.   

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