9 gennaio 2010

Ultimi sguardi

Dove sono finite la socialità e le politiche sociali? Il tema era di quelli tosti, a rischio di “vaghi cenni sull’universo”, ma la location della conferenza é di quelle che ti levano ogni fregola d’astrazione: una grande cascina della “bassa” in cui ha messo radici una comunità d’accoglienza per  persone ai margini.
L’immensa aia, nonostante il buio e il gelo, ti accoglie come se tornassi a casa. E ci aspetta la cena attorno al grande tavolo, con Giovanni a capo, la sua famiglia  e una dozzina di persone che in un “normale” servizio si chiamerebbero “utenti”. Storie molto diverse tra loro, lo si capisce a volo, che hanno trovato qui un approdo, un punto d’appiglio.
Ci sono molti modi per prepararsi a svolgere il tema della crisi delle politiche sociali. Però, al fondo di tutto, basterebbe sedersi a questo tavolo.
Nei giorni scorsi, invece,  ho cercato di rimettere a fuoco  principi e spinte ideali che hanno dato vita alle fasi espansive dei servizi alla persona. Son dovuto risalire agli anni ’70, quando ha preso forma la gran parte dei servizi così come sono oggi: da quelli sociali comunali ai nidi, dai consultori familiari all’inserimento dei bimbi disabili nelle scuole dell’obbligo. Gli anni di piombo – come molti sanno, ma come troppo spesso si dimentica – sono stati anche gli anni dell’apertura di molti servizi per le persone in carne ed ossa.
Ma le risposte concrete nascevano, appunto, da alcune idee forza che hanno mosso un diffuso movimento di operatori e professionalità sociali, amministratori e gruppi di base.
Ne ho ritrovate tre principali:
Innanzitutto l’idea che tutti abbiano diritto a una vita dignitosa. Detta così suona retorica, ma se la confrontiamo con alcune cronache odierne forse no. Discende da qui l’idea che le istituzioni debbano avere un ruolo attivo e non pensino solo a risposte tampone, quando i problemi esplodono o quando i primi sintomi si traducono in malattia. Discende da qui anche una concezione attiva e non solo difensiva della prevenzione.
La seconda idea forza è la concezione dei servizi come attori politici, l’idea cioè che i servizi abbiano anche un ruolo di promozione sociale e siano dunque qualcosa di più di semplici erogatori di risposte  assistenziali individuali.
Infine la concezione secondo la quale i problemi individuali abbiano cause sociali o comunque non siano affari privati di chi li porta. Si metteva così in evidenza il nesso tra il disagio (o la malattia)  e il contesto sociale in cui esso nasce e cresce; sorgevano da qui le spinte verso l’integrazione tra sanità e assistenza e quelle verso la de-istituzionalizzazione.
Ma ancora a monte di queste tre turbine c’è un motore, una fonte generativa d’energia: l’identificazione con i diritti delle persone più deboli. Potremmo dirla così:  la convinzione condivisa – anche se più o meno esplicita - che se si  guarda all’ultimo della fila, lo sguardo non può non comprendere anche tutti coloro che sono in mezzo, cioè noi.
Un po’ come il meccanismo che vedo qui, a tavola: lo sguardo di Giovanni verso il fondo del lungo tavolo comprende anche le proprie figlie, sedute proprio qui accanto. Giovanni sa che deve tenere questo equilibrio e le due ragazze devono potersi sentire parte di questo sguardo. Altrimenti il gioco non funziona.
Al di là di tutti i discorsi, probabilmente sta proprio qui la vera radice della crisi delle politiche sociali: lo sguardo miope di chi  - per compito e dovere - dovrebbe guardare agli ultimi della fila ma in realtà non li mette più a fuoco e la gelosia di chi sta in mezzo, incapace di sentirsi parte di uno sguardo orientato verso altri da sé.    

Nessun commento:

Posta un commento