venerdì 22 gennaio 2010

Strana epoca la nostra

Ti dicono tutti più o meno la stessa cosa: “Quando esci da lì ti pare di sbarcare in un mondo sciapo, senza sugo. Ti sembra che parlino tutti di cazzate…”. Sono gli operatori e gli educatori che “smettono”, quelli che lasciano la comunità terapeutica per trovare altri orizzonti lavorativi e d’impegno. Mollano o cambiano settore perché avvertono di aver dato tutto, perché talvolta si sentono bolliti, stanchi dopo anni di ritmi intensi e turni di lavoro strambi.
Eppure, insieme al sollievo di potersi riappropriare dei week end, ti descrivono quasi sempre la  difficoltà di ri-sintonizzarsi con l’ambiente esterno, con la vita e le relazioni di tutti i giorni, avvertite come vuote, poco significative.
La comunità è un po’ un mondo a sé, dove si viene coinvolti e compressi in un clima emotivo e di relazione che sembra non avere paragoni con quello della vita “regolare”. Un ambiente in cui ti confronti tutti i santi giorni sui significati di quello che stai facendo, sulle motivazioni, sui vissuti e sugli agiti – per buttarla in psicologese.  Insomma, è come se la profondità non ti lasciasse scampo, come se non ci fosse posto per la superficialità e la faciloneria. Sei chiamato a interagire con gli altri a una quota che ti capita raramente di sperimentare, qua fuori. Non che non ci si diverta, intendiamoci; non c’è censura, anche lì incontri tutti gli aspetti, i linguaggi e le sfumature della vita: il riso e il pianto, la fatica e la soddisfazione,  il bianco, il nero e tutti i toni del grigio. Ma appunto per questo, ti viene chiesta una capacità particolare di “stare fuori” e al contempo di “stare dentro” di te. Una chiamata che coinvolge operatori e “utenti”.
E infatti sono tratti che ritrovi puntualmente nei racconti degli ospiti, delle persone che ci vanno – di loro sponte o obtorto collo – per uscire dalle dipendenze.  Soprattutto all’inizio  é dura: ti devi adattare a uno stile di vita comunitario che con tutta probabilità non hai mai sperimentato, dove gli altri contano e non c’è scampo, dove ti viene chiesto di giocarti, perchè il rimpiattino non è permesso.
Così ne parla Giovanni: “E’ vero quello che si dice, che il gruppo è una specie di specchio: infatti se io ho una difficoltà, anche se non ne sono consapevole, nell’altro la vedo con più chiarezza. Il gruppo può farti ragionare su delle cose e, dopo la riunione, puoi approfondirle con gli educatori, o in psicoterapia. Ti fai delle domande e ci lavori su.  Certo non sempre è facile digerire quello che il gruppo ti restituisce o ti fa vedere. Ma questo a poco a poco ti cambia: ti conosci di più, ci lavori sopra e cominci a stare bene. Con te stesso e con gli altri”.
Strana epoca, la nostra. Sembra credere fortemente che la comunità, il gruppo siano terapeutici tanto da spedirci le persone tossicodipendenti per “guarire”, ma al contempo continua a spingerci a farci gli affari nostri e a separarci sempre di più, a relegarci nella nostra privacy consumistica. Ci bisbiglia costantemente che le comunità di vita - gli altri - sono per molti versi un impaccio al nostro libero e sano dispiegarci e poi le ricrea artificialmente per "liberare" quelli che dipendono dalle droghe.
Delle due l’una: o vengono illusi quelli con l’etichetta “malati”, o vengono ingannati quelli con l’etichetta “sani”.
O siamo tutti vittime di un sottile barare su ciò che è benessere e ciò che è malattia.
Ciò che è normale e ciò che non lo è.
Ciò che ci rende liberi e quello che no.    

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