lunedì 30 novembre 2009

Pòrtateli a casa tua

Il foglio di calcolo del vice sindaco di Milano ha fatto la somma automaticamente, senza sforzo: quello della scorsa settimana era lo sgombero numero 161: il 161 d.D.C.
Sessantuno famiglie rom, con i loro bambini, sono state sloggiate dall’ex Enel di Via Rubattino e ricacciate sulla strada.
Cosa rimane da dire dopo centosessantuno interventi così? La cronaca è  un po’ sempre la stessa: la forza pubblica si muove all’alba, qualche accenno di trattativa, poi la resa, la distruzione delle baracche (e del loro contenuto), l’intervento delle associazioni umanitarie, le dichiarazioni inflessibili della Giunta, l’incontro in prefettura. Quasi un rito.
Anche l’esito è a prova di pronostico: le famiglie sgomberate riprendono la ricerca di una nuova area marginale in cui ripiantare radici, in attesa di una nuova puntata di questa telenovela infinita, di un tira-e-molla a cui rischiamo di guardare con abitudine e distrazione.  Forse non sentiamo neanche la ferocia contenuta nella promessa di De Corato : “continueremo ad inseguirli”.
Questa volta, però, qualcosa di nuovo c’è stato; un fatto che ha rotto la liturgia e il solito gioco delle parti: amministratori muscolari da una parte e zingari homeless dall’altra; i milanesi  – nella sostanza – assenti.
Per vedere con chiarezza questa novità mi è bastato ripensare a una frase che ho sentito spesso, da amministratore locale di provincia: “pòrtateli a casa tua!”. Quante volte ci è stata urlata dietro – anzi, davanti – quando si osava andare a ragionare pubblicamente di una politica diversa per l’integrazione delle persone rom. Potevi star certo che si andava a finire lì: ringhiar di denti e poco cortese invito a far sparire (le persone e) i problemi nella sfera del privato. Del tuo privato.
Questo invito mi ha sempre ferito:  per la violenza verbale, per l’indecenza, per l’assenza totale di senso della res publica. E perché pungeva sul vivo le mie incoerenze, le mie tiepidezze.
Ma ecco che l’altro giorno, dopo lo sloggio di Rubattino, c’è stato chi non ha aspettato il fatidico invito, ma si è fatto avanti e – pubblicamente, non nei segreti meandri della bontà di cuore – ha detto “Me li porto a casa mia, questi bambini”. Insegnanti e genitori dei compagni di scuola che hanno pensato/detto/fatto. Una per tutti, la maestra Stefania Faggi: “Non avrei mai potuto tornare a casa, a dormire nel mio letto, se Cristina fosse rimasta in strada. Non avrei chiuso occhio pensando a lei e alla sua famiglia sotto il ponte dell’autostrada. Perché l’ho fatto? Che senso ha questa domanda? Non sarei una persona normale, sarei un essere disumano se non mi fossi portata quella bambina a casa e se non avessi cercato un posto anche per la sua famiglia”.
Sarà un caso, sarà voluto, ma le parole sono le stesse di Giorgio Perlasca, Giusto tra le Nazioni, che salvò migliaia di ebrei ungheresi.
Quelli presenti all’incontro riferiscono che anche il Prefetto è rimasto colpito da questa mobilitazione spontanea. Questo farsi avanti di gente “normale” è dunque diventato, ben lungi dall’essere una resa alla città del rancore (va bene, me li porto a casa io) un segno di contraddizione potente.
Un segno del vuoto lasciato dalle Istituzioni (locali e non), della vitalità della scuola  pubblica  come agente di integrazione e senso civico, un segno di una nuova decenza pubblica.
Memo per il centrosinistra milanese: può darsi che un giorno l’alternanza si concretizzi anche a Milano.  Quando ci sarà da attribuire gli aurei Ambrogini, ricordatevi delle maestre di Via Rubattino.
Sarebbe un altro bel segno. 

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