lunedì 16 novembre 2009

Mutazioni genetiche

Infilo le chiavi nel cancello di ferro, salgo i tre gradini di marmo e da qui posso sentire il tram che sferraglia in piena corsa. Quindici anni fa, quando sono entrato per la prima volta, il tram qui davanti non ci passava, perché il capolinea era più giù,  in Piazza Tirana. E segnalava inequivocabile il confine tra periferia e terra di nessuno: dopo questo palazzo, infatti, c’erano solo aree dismesse e la centrale Enel.
Ma nonostante le tante trasformazioni di Milano, Via Gonin è ancora oggi il cuore pulsante di Comunità Nuova onlus, l’associazione fondata da don Gino Rigoldi, il cappellano del carcere minorile “Cesare Beccaria”. Per entrare in questo cuore bastano altri dieci passi nell’atrio del condominio; subito a destra c’è la sede, un appartamento come ce ne sono tanti: cento e rotti metri quadrati che a volte vanno decisamente stretti. Naturalmente dipende dai giorni: a volte puoi stare tranquillo al computer tutta la giornata, ma ce ne sono di quelle in cui devi emigrare da una stanza all’altra in cerca di un angolo in cui poter fare un colloquio.
Oggi, ad esempio, mi salva solo il portatile, che dove lo metti sta. Perché le stanze sono tutte occupate da riunioni: gruppo valutazione, staff dei progetti dell’area edusport, qualcuno non ben identificato che s’è accampato persino nella saletta d’aspetto.
Spesso, nel varcare questa porta, penso a quante storie sono state portate qui, quanti casini abbiano cercato una risposta o anche solo un posto dove potersi raccontare.  Questi muri, tra l’altro, potrebbero testimoniare di come sia cambiata la città e di come si sia trasformata  l’associazione. Basterebbe pensare che questi sei locali, dal 1975 al 1993, hanno ospitato un centro di prima accoglienza e un segretariato sociale per tossicodipendenti: ragazzi e ragazze che venivano qui per mangiare, per farsi una doccia o parlare con qualche volontario. Dove oggi ci sono scrivanie e schermi, allora c’erano una cucina, un paio di tavoli e qualche letto in cui poter passare anche la notte.
Ci sono racconti epici e leggendari su com’era la vita dell’operatore sociale – e dell’obiettore -  negli anni settanta e ottanta qui in Gonin, ma anche su in comunità; uno dei piaceri degli operatori di oggi è stare a sentire i racconti delle dis-avventure di Bruno, di Cipo e del Barni, impegnati a star dietro al “prete” nella fase pionieristica dell’associazione. Quando vedere i bisogni e inventarsi risposte era tutt’uno, quando ancora non c’erano i servizi pubblici per le dipendenze e le case alloggio per adolescenti erano esperimenti. E  gli standard  - cioè i vincoli e gli obblighi strutturali e gestionali - di là da venire.
L’associazione di oggi, impegnata “nel campo del disagio e della promozione delle energie dei più giovani”, ha le sue radici in quella improbabile crew fatta  di giovani raccolti attorno a don Gino. E alla sua voglia di costruire risposte  per i ragazzi che uscivano dal Beccaria, senza sapere dove andare. Allora come ora.
Ma ve l’immaginate oggi, nella Milano del duemilaenove, aprire un centro di pronta accoglienza per tossicodipendenti in un condominio di sette piani e cinquanta famiglie?  Su quale tolleranza, su quale benevolenza, su quale spirito civico e solidale si potrebbe contare? Già me li vedo le raccolte di firme, i comitati, i decoratismi scatenati…
Per averne una minima idea, basta del resto guardare dalla finestra, proprio verso piazza Tirana.
All’angolo c’è la camionetta dei soldati, a testimoniare un'altra delle mutazioni genetiche di questa città.    

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