domenica 25 ottobre 2009

Del buonismo

Alla fine è stato Antonio a darmi una mossa: ”ma cosa fai, vai in giro con i ritagli, adesso?”. L’articolo, in effetti, mi ha accompagnato per un paio di settimane, farcendo l’agenda insieme a una serie confusa di pensieri e di domande. Mi avevano infatti colpito le dichiarazioni di un assessore locale, reduce da una vera e propria crisi politica scoppiata, manco a dirlo, sulle politiche per la gente rom.
I suoi compagni di giunta leghisti non hanno gradito che coi soldi del ministro Maroni si volessero finanziare inserimenti lavorativi e alloggi; hanno chiesto le dimissioni dell’assessore, hanno minacciato il collasso della maggioranza e alla fine hanno ottenuto un’indecorosa retromarcia. Il piano per l’integrazione dei rom è diventato così un programma per smantellare i campi esistenti in città e per rafforzare le azioni di polizia. A valle di tutto questo l’assessore ha dichiarato: “Io ho messo al centro la persona, perché per me deve essere al centro. Ma voglio precisare che il mio non è mai stato un atteggiamento buonista: resto intransigente su chi non rispetta le regole, non dobbiamo scontare niente a chi non rispetta la comunità in cui si trova”.
Dico subito che ho la massima considerazione per quegli assessori alle politiche sociali che si danno da fare in una giunta di centrodestra, qui al nord. La stessa ammirazione che ho per i domatori di leoni, per i trapezisti e i triatloneti. Ma quello che mi ha colpito è l’utilizzo, ancora una volta, del termine buonismo. Come una clava sulla testa di qualcuno: ma, mi sono chiesto, sulla testa di chi? Perché un assessore che propone di pagare l’affitto a famiglie rom -  per farle passare dai campi a case regolari – non è “buonista”? E perché non si parla di buonismo quando si costruisce uno scudo fiscale per riportare in patria denari illecitamente trafugati? Chi non paga le tasse non è forse, anch’esso, una “persona che non rispetta le regole e non rispetta la comunità in cui si trova”?
Per mettere un po’ d’ordine tra i miei confusi quesiti, per prima cosa ho cercato la parola sul mio vecchio vocabolario, e non l’ho trovata. Ho avuto così una prima traccia: l’espressione è stata inventata recentemente. Internet mi ha poi spiegato quando: il termine è presente nei dizionari solo dal 1995 e ha un significato originario decisamente diverso da quello utilizzato negli ultimi anni: “atteggiamento bonario e tollerante che ripudia i toni aspri del linguaggio politico;  atteggiamento di benevolenza anche eccessiva e moralistica nei rapporti sociali e di continua ricerca di mediazione tra posizioni divergenti”.
Insomma, l’uso attuale del termine buonista come sinonimo di scioccovelleitariofesso è un uso tutto politico, inventato ad arte. Si crea un’immaginaria posizione politica buonista (a proposito: dove sono oggi, in politica, i buonisti?!), si dà vita a una caricatura, solo per dire che “noi” non siamo come “loro”. Peccato però che questa operazione finisca per creare due cortocircuiti: in primo luogo annulla lo spazio che potrebbe esserci tra la logica retributiva (do a ciascuno ciò che si merita) e la caricaturale logica buonista. In soldoni, c’è ancora spazio, oggi, in politica, per una logica “buona”? E in cosa consisterebbe?
In secondo luogo, questa rincorsa alla caricatura finisce per squalificare  – fuori dalla politica – anche coloro che cercano di praticare una logica “buona” (solidale?) nei confronti dei più deboli della società. Inevitabilmente sciocchivelleitarifessi anche loro.
In fondo, si usa il termine buonismo per parlare di noi; e parlando di noi, di come siamo o non siamo, finiamo per non parlare di “loro”. Nella retorica del buonismo-antibuonismo si finisce, chissà perché, per non parlare di diritti (sociali e umani); nemmeno dei più elementari, come quello a non essere considerati dei ladri o dei delinquenti per il solo fatto di appartenere a una certa etnia.
E per descrivere questo colpevole silenzio sui diritti, ci aiuta un famosissimo proverbio: “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Di solito significa che è decisamente più difficile realizzare qualcosa che parlarne. Qui al nord, invece, il senso si ribalta; perché ci si può anche dare da fare per i rom (o per gli stranieri, o per i poveri); bisogna ingegnarsi e faticare come domatori, come trapezisti o come triatloneti, ma qualcosa, grazie al cielo, si combina.
Decisamente più difficile, invece, è “dire”, parlarne, farne un discorso pubblico.
Senza passare per buonisti.

Nessun commento:

Posta un commento