giovedì 10 settembre 2009

Un pallone non può cambiare Milano

Come on Malawi, come on Scotland”. Lo speaker ufficiale ce la mette tutta, ma hai voglia a sostituire un tifo che non c’è.
Il clima, quando entri nell’Arena, tutto sommato è quello che ti aspetti: bandiere che garriscono al vento, gente in tuta che va e viene, nell’aria spezzoni  d’inglese e di lingue indecifrabili. Ma è il campionato del mondo dei senza tetto e Milano non c’è: le tribune assolate e mezze vuote registrano più giocatori in attesa del loro match che cittadini venuti a tifare o anche solo a guardarsi intorno un po’. In fondo non capita tutti i giorni.
Malawi e Scozia continuano a scontrarsi nel piccolo campo di street soccer e davanti agli occhi mi scorrono le immagini di quando, in oratorio, si giocava a “portine” sul campo da basket: qui è più o meno lo stesso, solo che il perimetro ha le sponde tipo hockey e questo rende il gioco - 4 vs. 4 -   più veloce e imprevedibile. Divertente.
Ma guai a trovarsi a passare dietro le porte, anche a parecchi metri di distanza, lì si rischia davvero la testa perché i tiri verso il bersaglio sono fucilate. E il bersaglio è dannatamente basso.
La prima cosa che ti salta agli occhi quando cominci a sintonizzarti con il torneo è che qui sono tutti giovani. Voglio dire: che cosa ti viene in mente quando senti parlare di homeless? Gente alla deriva, diciamo sopra i cinquanta, ad andar bene. Pochi capelli e barba grigia.
Qui invece il gioco è velocissimo, il dribbling stretto e la palla viaggia che è un piacere. E dunque ragazzi, tanti giovani venuti da tutto il mondo – quasi 500 per 40 squadre – per un torneo veramente unico al mondo. E’ la presentazione ufficiale a chiarirti il quadro: “La Homeless World Cup è un torneo di livello mondiale che usa il calcio come un catalizzatore per incoraggiare le persone senza dimora a cambiare la loro vita. E per cambiare l'attitudine di governi, media, cittadini e opinion leader nel trovare soluzioni sempre migliori per combattere l'homelessness in tutto il mondo. Lo facciamo organizzando un torneo di livello mondiale e sviluppando progetti locali di football in oltre 70 nazioni che coinvolgono 30.000 giocatori homeless durante tutto l'anno.”
Insomma, se passi per questi campi, ti rendi conto che il problema dei senza fissa dimora non riguarda solo una fetta adulta e perduta della popolazione, ma tanti giovani ai quali si possono dare alternative di vita. E l’altra cosa a cui non puoi non pensare, quando guardi il calendario delle partite, è che il fenomeno è davvero ben ripartito per il globo: paesi poveri e paesi ricchi, non importa; la classifica determinata dal Pil nazionale non sembra incidere sul destino di queste persone. Ovunque, insomma, c’è chi fa da fanalino di coda.
Ma mentre scendono in campo Ghana e Lituania, ho la conferma che i milanesi sono riusciti a perdere anche questo appuntamento. E’ quasi sconfortante paragonare queste tribune deserte con l’ottimismo del sito internet ufficiale: il messaggio delle Nazioni Unite, la sponsorizzazione della FIFA e i patrocini di fior fiore d’istituzioni nostrane.
E c’è anche chi – come Enrique Pinto, direttore di un mensile di strada portoghese – ha messo il dito nella piaga. Ha fatto notare che nella tendopoli che ospita i giocatori ci sono solo 25 gabinetti chimici e 13 docce: “Alla mattina e alla sera si formano lunghe file di persone. La maggior parte di loro hanno vissuto in strada, grazie ai progetti sociali l’hanno abbandonata, ma con questa accoglienza è come se ci fossero tornati”.
“Un pallone può cambiare il mondo” è il titolo di questo torneo. Ma non è stato in grado – evidentemente – di cambiare Milano.    

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