28 settembre 2009

Senza di noi

Allegria. Il suo passaggio lascia una scia di pura allegria.
A dirla tutta, dalle sue espressioni non si capisce se anche lei si stia divertendo o sia impegnata in un serissimo travaglio; sta di fatto che quando galoppa dalla porta di casa alla sala giochi - e viceversa - trasmette buon umore.
La osservo da questa finestra al primo piano, mentre il mio super-io scuote la testa e dice severo che non si fa: non ci si diverte alle spalle di una bambina disabile. Ma stare seri, lo giuro, non si può: le lunghe gambe magre corrono da una parte all’altra del cortile con cambi improvvisi di passo, accompagnati da una misteriosa colonna sonora di parole e suoni in libertà. Una forza della natura: con una paletta svuota la sua piscina gonfiabile e corre a riempire, cinque metri più in là, una trentina di contenitori di forme e colori diversi. Su e giù per quella che è diventata una grande pozzanghera, sprizzando energia.
Suo padre invece, tutto il contrario: col suo passo pesante e regolare e la testa china, ogni cinque minuti spunta da dietro l’angolo e controlla la situazione; ogni tanto le mormora qualcosa in olandese e se ne torna sui suoi passi.
Più o meno la stessa scena, l’altro giorno, in piscina: lei - bardata con braccioli, ciambella salvagente e cappello d’ordinanza – che nell’acqua girava e girava e girava su sé stessa senza stancarsi; lui, dal bordo, a tenerla d’occhio e a dare qualche sommessa indicazione.
Mi pare di scorgere in lui quell’amarezza che mi è capitato d’incontrare nell’espressione di tanti genitori di persone disabili; nonostante tutto il bene, nonostante il coraggio e talvolta l’eroismo con i quali si è affrontata la propria vicenda di coppia e familiare, rimane un fondo amaro. Per qualche genitore questo si può tradurre in un’aggressività latente e in un continuo rivendicare un po’ sopra le righe; nel caso di altri, invece, si volta in remissività e in una certa rassegnazione.
D’istinto collego il passo di quest’uomo e il suo sorriso un po’ spento ai giorni passati con la propria figlia: immagino le aspettative, la fatica quotidiana, i conflitti. Certo, sono difficoltà che vivono pressoché tutti i genitori, ma qui c’è di più: le normali ansie dell’educare, infatti, si saldano con pesanti ombre sul futuro. E’ il cosiddetto “dopo di noi”, che al plurale sembra un po’ meno crudo: senza di me, che succederà? Quando non ci sarò più io, chi si occuperà di questa figlia?
Una domanda che pesa come un macigno, di fronte alla quale è difficile porsi anche solo virtualmente. E mi torna in mente una chiacchiera di poche settimane fa. Alcuni amici di una cooperativa sociale, infatti, mi hanno parlato di una iniziativa pensata proprio per queste famiglie: un appartamento progettato e attrezzato per ospitare per qualche giorno giovani-adulti disabili.
Un alloggio pensato come una palestra di autonomia, per allenarsi al distacco progressivo dalla famiglia d’origine. Il progetto è nato col consenso e la spinta di alcune famiglie, proprio per cominciare a rispondere insieme alle incognite del dopo di noi; eppure non riesce a decollare perché, al momento di separarsi dai loro figli, pur temporaneamente, i genitori sono tornati sui loro passi. Non ce l’hanno fatta.
E mentre guardo dall’alto l’ennesimo incontro tra bimba e papà, penso come sia davvero difficile affrontare a viso aperto i punti di domanda sul futuro; ma come ancora più arduo – evidentemente – sia vederselo venire incontro. 

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