11 luglio 2009

Facciamo politica anche quando tacciamo di fronte alle cose

Essere un tanto maniacali, a volte, ha i suoi vantaggi. E infatti eccola qui, la copia della rivista “L’Esagono” datata luglio 1986. Ricordavo bene: sulla copertina gialla campeggia una bella foto di David Maria Turoldo in giacca. C’è tutto lui: il nasone, l’espressione seria, i capelli ribelli.  Al collo il crocefisso d’olivo.
L’ho ripescata dal mio “archivio storico” spinto da un flash back, domenica scorsa.
Stavo lì, sulle panche della chiesa, ad ascoltare l’ennesima omelia senza alcun riferimento a ciò che accade tutto intorno a noi. Un silenzio che è diventato sempre più imbarazzante, di questi tempi, per molti credenti. Possibile che gli avvenimenti che riempiono i giornali non diano ai preti che ci capita di frequentare uno spunto per riflettere, per stare nel mondo, per pregare? Anche per indignarsi pubblicamente, perché no? In questa chiesa, invece, silenzio: dall’etica politica alle povertà, alle grandi sfide del mondo, nulla sembra riuscire a rompere questa celebrazione auto centrata. Questa autocelebrazione stanca.
E’ all’ennesimo vago riferimento moralistico al nostro egoismo che mi è partito il flash back: le curve dopo il ponte sul fiume, la bella domenica di sole, la capotte abbassata. Poi, sui pochi tornanti prima di Villa d’Adda, i singulti sincopati della mia 500. Mi fermo, tradito – mi pare – dallo spinterogeno.
Su quei tornanti finì il mio entusiasmo per l’incarico affidatomi, pochi giorni prima, dal direttore dell’”Esagono”: andare a intervistare, appunto, padre Turoldo.
Non c’erano cellulari, allora, e a Sotto il Monte c’arrivò solo la mia collega, Stefania.
Lo stesso sconforto di allora - appoggiato alla portiera - mi viene rileggendo  ora le parole di Turoldo, messe a confronto con il silenzio e con lo stile di molte chiese di oggi: “Qui da noi viene soprattutto quella gente che non vuole restare neutrale, in nessun campo. La neutralità poi sappiamo non esistere; anche quando preghiamo facciamo politica e anche quando tacciamo di fronte alle cose. Dalla politica non si esce, si tratta solo di sapere con che spirito si fa questa politica.
Questo è il nostro rischio continuo, la nostra sofferenza ma anche la nostra gioia quotidiana: quella di immergerci nelle cose e di fare così la nostra testimonianza, comunque, piccola o grande che sia, in collegamento con tutte le realtà del mondo.
Difatti una caratteristica della nostra comunità è questa: la domenica prima di tutto salutiamo tutta la gente che viene e la ringraziamo che venga a pregare con noi – avvenimento così impegnativo e difficile – seconda cosa comunichiamo le nostre intenzioni che di solito ci vengono suggerite da ciò che è accaduto durante la settimana. Questa domenica pregheremo e dedicheremo, per esempio, al Sud Africa e al ricordo di Soweto la nostra liturgia.
Qui tutta la gente, anche i contadini abitanti nei dintorni, sono sempre informati di domenica in domenica di quello che accade nel mondo. In questo modo partecipiamo a tutta la storia del mondo perché la preghiera autentica è quella che porta tutta la creazione a Dio e porta Dio nella creazione. L’uomo di fede è colui che porta tutta la storia dell’uomo in sé e la riversa nel calice di Dio, ma si carica di Dio per poter cambiare possibilmente anche la storia”.
Molti di noi, giustamente, rimangono scandalizzati dal silenzio della gerarchia, della chiesa ufficiale, di fronte a ciò che accade nel nostro Paese. Facciamo bene a sentirci mortificati; ma a quel silenzio “di vertice” corrisponde spesso – alla “base” -  un non meno denso mutismo di tante comunità locali.
Facciamo politica anche quando tacciamo di fronte alle cose.
Padre David, quanto ci manchi…

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