3 giugno 2009

Cambiamenti

Danilo lo incontri sempre con piacere. Lo precede il suo aspetto trasandato, della serie “non prendetemi troppo sul serio”: baffi un po' anni settanta, la pancetta esibita sotto la maglia, sandali appena il tempo lo consente; subito dopo si presenta la sua ironia, quel tono velato d'amaro di chi ne ha viste tante.
L'ironia un po' beffarda non viene mai meno, anche quando riflette ad alta voce sul suo lavoro di educatore, su quello che lo circonda. Le cose che vengono fuori non sono mai banali; sembra che mandi tutto in vacca, ma non è così: il ragionare pacato è denso, radicato.
L'ultima volta che l'avevo visto, prima di Natale, era davvero arrabbiato: il Comune aveva tagliato i fondi per gli educatori di strada e le cooperative stentavano a prendere una posizione decisa per rivendicare un maggiore impegno delle istituzioni verso i ragazzi.
E lui lì, a cercare di svegliarci, di suonare la carica perché troppi sembravano timorosi di disturbare il manovratore. Dal suo centro d'aggregazione giovanile – “il più antico della città” – guardava con sconcerto all'impoverirsi dell'offerta educativa per i giovanissimi e ai tentennamenti di tanti operatori sociali.
“Se lo sapevo che c'eri anche tu, mica ci venivo”, mi fa sulla porta.
Ed è un saluto affettuoso.
Siamo qui perché invitati a confrontarci sul “cambiamento nelle relazioni d'aiuto”: cosa provoca il cambiamento? Cosa agevola il superamento delle condizioni di bisogno che hanno generato una relazione d'aiuto?
E' attorno a questo tavolo che Danilo tira fuori una delle sue considerazioni agro-amare. Dice che ha scelto tanti anni fa il mestiere dell'educatore, prima con i tossicodipendenti, poi tra i ragazzi di periferia. Ha iniziato perché voleva, appunto, cambiare le cose e voleva farlo a tempo pieno. Allora però il clima era molto diverso, i legami sociali più forti e significativi; ora invece “tutto sembra remare contro”, c'è un contesto che rende difficile l'emanciparsi, l'evolvere, il rendersi autonomi da parte di chi ha meno strumenti. E gli educatori sono assillati dai vincoli formali, dalla precarietà dei finanziamenti, perfino dal timing che scandisce quanti minuti deve durare un colloquio con un adolescente problematico. Ma i presupposti al cambiamento dei ragazzi, per Danilo, sono la continuità e la relazione affettiva, non “quello che certi tecnocrati pretendono di conteggiare”.
“Al punto che oggi mi domando se il cambiamento possa avvenire ancora dentro un mestiere, dentro questo mestiere. A volte mi viene voglia di dimettermi, di fare un qualunque altro lavoro: per essere libero, da volontario, di fare quello che credo giusto per i ragazzi che incontro”.
Un'affermazione che è quasi una sassata. Un punto di domanda posto in fondo a vent'anni di impegno. E di professione.
Che dire? Burn out? Stanchezza da primi caldi e ferie non in vista?
Non credo. Deve essere piuttosto un interrogativo diffuso tra gli operatori di una certa generazione, perché non è raro sentirlo nell'aria: il piacere di lavorare che scema, la voglia crescente di mandare a quel paese fior d'istituzioni nate per aiutare la gente e ora imbolsite nella loro struttura “tecnica”, spesso incapaci di riconoscere e valorizzare ciò che non è atteso e previsto. Che poi, bello o brutto che sia, è quasi sempre il “sugo”, la polpa del rapporto (d'aiuto) con una persona.
La vita è davvero strana; penso a quante persone motivate sognano, ogni giorno, di potersi liberare del loro lavoro da commerciali o in ufficio per svolgere una professione sociale. Per avere, finalmente, tutto il tempo da dedicare utilmente agli altri. Gettare al vento, che so, giacca e cravatta e poter andare in giro, liberi, con tanto di baffi incolti, maglietta e sandali.

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