18 febbraio 2009

A volte capita

Capita, durante le riunioni, di staccare la spina per qualche istante. Si divaga col pensiero, ci si sottrae alla pressione dei problemi o alle fatiche dell’ascolto, qualche volta anche alla noia. E’ allora che si scoprono dettagli ignorati dell’arredo, delle pareti intorno a noi. Delle persone.
Oggi va un po’ così, e in fondo qui c’è una ragione in più per lasciar vagare lo sguardo all’insù: cielo azzurro, girasoli, colombe che tubano. Statue greco-romane.
C’è perfino una scimmia, arrampicata sotto  il finto pergolato, in un angolo dell’affresco; segni un po’ bizzarri che un tempo facevano la differenza tra dimore cittadine e ville di delizia dei ricchi milanesi.
Penso a chi ha scelto di affrescare così questa stanza, a metà tra lo studio e il fumoir. Penso alle giornate di tranquillità, da condividere con pochi amici. Buen ritiro d’altri secoli.
Chissà che penserebbe di questa comunità, delle persone con problemi di dipendenza che oggi la abitano?
La domanda rimane impigliata nel bersò virtuale del soffitto, perché, tre metri più sotto, bussano alla porta.
Roberta. Infila la testa e chiede di poter parlare con qualcuno degli educatori riuniti qua dentro. Perché non ce la fa più, dice. Domanda il permesso di andare in giro per il giardino, perché è in ansia.
Entra solo un poco e poi rimane sul posto; ma non riesce a stare ferma: i piedi si muovono da soli, a strascicare passi che però non ci sono. Roberta è sul suo personale tapis roulant, spinta e trattenuta da un’ansia ingestibile. Gli operatori, con calma, le rispondono che sì, può andare in giro per il cortile e le ricordano, scandendo le parole, cosa deve fare quando è in quello stato: respirare. A fondo.
Capita anche questo, stando qui: di vedere persone adulte comportarsi come bambini smarriti. Chiedere permesso, cercare un punto di riferimento, essere rassicurati sul fatto che qualcuno pensa a noi. E sa dirci che cosa è bene fare.
Ma non bisogna pensare che Roberta sia sempre così, a casa sua, nella sua vita da regolare.
Perché c’è una vita regolare, eccome: Roberta è una professionista che, in una piccola città piemontese, ha un avviato e affollato studio legale. Solo che c’è un aspetto oscuro in lei, una molla che scatta quando gli pare; e allora prendono il sopravvento  la cocaina, l’alcol, gli psicofarmaci, la voglia di varcare tutti i limiti e di farsi male. Tanto male.
E’ dopo queste parentesi che viene rispedita qui, a cercare uno spazio e un tempo per fermarsi e rimettersi a nuovo.
Una condizione strana, a pensarci bene: non tossicodipendenza da manuale ( o da stereotipo), ma nemmeno consumo compatibile con la vita quotidiana.
Piuttosto esistenza a parentesi, doppio fondo, pareti a scomparsa.
Integrata e disintegrata, a senso unico alternato.
Mentre Roberta inizia i suoi giri, mi distraggo ancora, fantasticando sui suoi clienti, pensando alla stima di cui gode nel suo ambiente di vita e di lavoro. Tutto regolare. Anzi, di più: ruolo sociale, professionalità, benessere.
E, appena dietro, una voragine da riempire con le sostanze.
Chissà quante persone conosciamo così, senza saperlo.
Distratto per distratto, mi viene in mente Guccini: “soffiasse davvero quel vento di scirocco/ e arrivasse ogni giorno per spingerci a guardare / dietro la faccia abusata delle cose/ nei labirinti oscuri delle case/ dentro lo specchio segreto d’ogni viso/ dentro… di noi”.  Capita, a volte.

Nessun commento:

Posta un commento