9 febbraio 2009

Un buon lavoro

Ho letto il commento di Polt (vedi il post “Di sabato mattina”) e ci ho pensato su parecchio. Poi mi è venuta in mente Elisa.
Le frasi di Polt mi sono rimaste impresse per qualche giorno, per due ragioni.
La prima: parlavano di lieto fine e di gioia degli operatori, ma, senza saperlo, segnalavano un paradosso sul quale riflettere: l'equipe di educatori di strada di Luca e Lorenzo, infatti, oggi non c'è più. Il Comune che finanziava il progetto ha deciso, praticamente dall'oggi al domani, di non stanziare risorse per un'attività che, vista dall'istituzione, sembrava… non dare risultati! Appunto.
Questione di distanze, come spesso accade: qual è la giusta vicinanza per riconoscere i risultati, i buoni esiti, di un'attività sociale o educativa?
Ma il commento mi ha fatto risuonare anche una seconda corda; mi ha fatto riflettere sul disincanto e, perché no, sul sottile cinismo che a volte rischia d'infiltrarsi anche nello sguardo del più appassionato degli educatori, degli operatori sociali. Ne vediamo talmente tante, ci rendiamo conto che i lieto fine sono così rari che finiamo coll'avvertire con fastidio quelli che cianciano gratis dei risultati salvifici ( o presunti tali) dei loro interventi. Le storie che incontriamo sono così complesse, ambivalenti e contraddittorie che talvolta finiamo per trascurare di testimoniare che “i margini ci sono”.
Pudore, senso della realtà, paura di essere manipolati, allergia a De Amicis, a volte possono diventare avversari pericolosi dell'operatore; che invece, con l'aria che tira, ha un disperato bisogno di conquistarsi alleati e consenso, anche al di fuori dei ruoli e dei contesti professionali, al di là degli addetti ai lavori.
E in fondo, come ci suggerisce Polt, in giro c'è anche un gran bisogno di storie positive. Vere.
E' su questa riflessione che mi è apparsa Elisa.
Elisa, se così si può dire, è un buon esito vivente, un lieto fine per antonomasia. L'ho rivista qualche settimana fa, ospiti entrambi della comunità per bambini che l'ha accolta quando era una bimba maltrattata dai genitori.
A fare gli onori di casa c'era Andrea, responsabile della comunità; sono arrivato quando i sette bambini stavano scendendo dalle loro camere nella sala da pranzo. Una cena come tante, in famiglia; solo che qui la famiglia è composta da sette ragazzini sottratti, almeno temporaneamente, alle loro famiglie d'origine e cinque educatori che si turnano giorno e notte. Ma non è finita, perché in questa famiglia allargata sui generis devi contare anche quegli ex bambini che qui hanno trascorso qualche anno e ora sono fuori, protagonisti dei loro percorsi di crescita e autonomia.
Elisa, infatti, è arrivata in comunità a dieci anni e nella chiacchierata dopo cena mi cita giorno/mese/anno del suo ingresso; non le ho chiesto l'ora, ma penso che si ricordi anche quella. Si capisce anche da questo dettaglio quanto importante sia stato vivere qui. “Per me Andrea e gli altri operatori sono stati come dei genitori: mi sono stati dietro a partire dalle piccole cose, mi hanno sostenuta e mi hanno resa quella che adesso sono”.
E cioè una neo-laureata in servizio sociale che si darà da fare, c'è da scommetterci, per altri piccoli.
Elisa ha vissuto in comunità sei anni, fino a quando ha trovato accoglienza in una famiglia affidataria. Ma il rapporto con la comunità di Andrea non si è mai interrotto. A questo proposito mi ha raccontato dei primi mesi nella sua nuova famiglia, delle difficoltà incontrate e, con un'espressione divertita, delle lunghe telefonate serali con Andrea. A confidarsi, a cercare appoggio e consiglio per un passaggio non facile.
Attorno al grande tavolo abbiamo parlato per tutta la serata di famiglie e comunità, del ruolo degli educatori, di come si possa voler bene nello stesso modo a tutti i figli (o a tutti i bimbi di un gruppo), di passione e professionalità.
Sono le undici passate quando, sulla porta della comunità, guardo questo bell'abbraccio tra Andrea e Elisa.
Emozionante. Come ripensare al lungo percorso di una bambina tra queste quattro mura.
Un buon lavoro, davvero.