lunedì 5 gennaio 2009

Un'isola nel metrò

La parola “mezzanino” non rende l’idea. Mezzanino, diminutivo di mezzano, fa pensare a una ridotta, a uno spazio circoscritto. E invece nel metrò di  Porta Venezia, in quella lunga successione di ambienti e spazi ampi, può anche capitare che ci perdi l’orientamento.
E’ proprio tra  quei corridoi che si trovano alcuni gruppi con la passione della cultura hip hop; tra questi anche il gruppo di Simona. O, per meglio dire, il gruppo del ragazzo di Simona, Emanuele.
Se passi di lì è difficile non notarli, con la musica dispersa dai loro stereo portatili.
Decisamente più facile, invece, non notare per niente Simona.
Sarà il suo aspetto ordinario, sarà che gli capita quasi sempre di svolgere la funzione di custode dei giubbotti degli altri, Simona rischia di essere una presenza trasparente nel chiasso vociante dei breakers.
Eppure Simona si è fatta avanti, quel giorno.
I tre educatori di strada, tra i quali c’era Celmira, avevano deciso di stare un po’ con quegli svitati della break dance, giù a porta Venezia. Era un po’ che non ci si passava e, si sa, se non ci facciamo vedere noi, loro mica si schiodano da laggiù, dalla loro musica e dalle loro acrobazie.
Il rapporto con loro era ormai fluido, gli educatori  conosciuti e riconosciuti da tempo. I saluti, le domande di rito, le risa, le ultime novità.
Fu Simona, dicevamo, a farsi avanti e a chiedere a Celmira di parlare un po’, d’andare a fare un giro. Da sole.
Fare l’educatrice di strada è un po’ anche questo: essere scelta come punto di riferimento da una ragazza di diciassette anni che sembra non avere orizzonti davanti a sé. Da due anni, infatti, Simona ha smesso di andare a scuola e passa le sue giornate in casa, a Quarto Oggiaro. Senza sogni apparenti, tranne quello, sfumato, di fare la parrucchiera. Per il resto tanta solitudine, l’andazzo monotono delle giornate rotte solo dalle fughe con Lele verso quel mezzanino.
Chiedo a Celmira che cosa la colpisce di più nel corso d’incontri come questi; mi risponde che è l’assenza completa degli adulti.
Nel racconto di Simona, infatti, gli adulti sembrano sfumare sullo sfondo, fino a scomparire del tutto. Sembra che viva su un’isola deserta: nessuno si preoccupa per lei, per il suo futuro, nessuno sembra spingerla a uscire da quel torpore.
“A volte sembriamo noi gli unici che si pongono in termini educativi al fianco di questi ragazzi. A dirla tutta, spesso ci sembra proprio di essere gli unici adulti. E questo un po’ ci spaventa”.
Celmira ricorda infatti la paura che la colse all’inizio, quando Simona si confidò totalmente con lei, lungo quella prima passeggiata; non era la prima volta che qualche ragazza o ragazzo si  attardava per chiedere un consiglio o per confidare un piccolo segreto. Ma quella volta Celmira aveva l’impressione che, per così dire, Simona avesse svuotato il sacco. Tutto lì davanti, con la semplicità e la complicatezza di una ragazzina alla ricerca di una strada.
Celmira ricorda con precisione quello che le passò nella mente quella sera, dopo aver salutato il gruppo di Lele: il timore di non riuscire a farsi carico in modo adeguato della storia e delle attese di Simona, la responsabilità che le era stata affidata, ma anche la soddisfazione di aver lasciato un segno in quel gruppo.
Quando ne parlò con gli altri, in equipe, le tremava un po’ la voce, perché sentiva che Simona le aveva consegnato un gran pezzo della sua vita e ora bisognava capire come muoversi.
Come costruire qualche nuovo ponte perché quell’isola fosse un po’meno deserta.
E un po’ meno isola.

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