giovedì 15 gennaio 2009

Né qui né altrove

“Né qui né altrove”, il nuovo titolo di Carofiglio mi fa l’occhiolino da due punti diversi della stanza. Sottotitolo ideale per quest’oretta, passata a ripararsi dalla pioggia torrenziale che spazza la città come un monsone.
Ombrello nell’apposito sacchetto distribuito all’entrata, giacca a vento in mano per il gran caldo, borsa a tracolla, sento il diluvio e fisso le fotografie: una piccola mostra al terzo piano di una libreria, in centro.
La stanza non è grande, allestita un po’ così. Provvisoria, senza volerlo. I mucchi ordinati di libri in vendita si alternano ai pannelli, ma questa pubblicità indiretta, questo alludere all’acquisto e al consumo (pur intelligente) ci sta come i cavoli a merenda. La mostra, infatti, è di quelle che ti colpiscono allo stomaco. E’ soprattutto la prima parte ad attirare subito la mia attenzione: una decina di ritratti in bianco e nero di persone che nel ciclone in Bangladesh hanno perso familiari, case, lavoro.
Su ciascuno dei pannelli trovi il nome della persona fotografata e qualche breve nota biografica che si conclude, puntuale, con la violenta rapina dell’acqua e del vento: ragazzini senza più genitori, donne private dei mezzi di sostentamento, uomini barbuti che prima facevano un certo lavoro che ora il Governo non autorizza più.
Ma quando diavolo è successo?
E’ il pannello all’entrata a riavvolgere le lancette: è passato poco più di un anno dal ciclone Sidr, ma la mia memoria è lenta a ritrovare le sue tracce in archivio. Pigra.
Sono invece i ritratti a pormi di fronte alle vite degli altri; perché a un certo punto, senza che nessuno te lo suggerisca, intuisci che devi metterti proprio qua, davanti alla parete lunga, più o meno al centro del rettangolo. Qui non c’è più scampo: uomini, donne e ragazzini che guardano nell’obiettivo, certo; ma che ora fissano tutti, contemporaneamente… me. Due dei ritratti dirigono lo sguardo altrove, alla mia destra o alla mia sinistra, ed è quasi un sollievo; tutti gli altri scavano dentro e mi inchiodano. Qui.
Intendiamoci, non che sia voluto, quest’effetto: i volti non hanno espressioni patetiche o strappalacrime. Non ci sono nemmeno scene di distruzione o di disperazione. Gli scatti sono immediati, diretti, personali. Intimi. Fermano i volti sullo sfondo di scene quotidiane: case di fortuna, galline in cortile, giochi di bambini in riva al mare.
Ma il file si apre, eccome: i miei problemi, i miei bisogni, gli altri. Questione di pesi, e di distanze. Ossimoro di un uragano che non lascia traccia nella memoria.
Ringrazio il cielo di stare qui e vorrei non esserci. “Né qui né altrove”.
I problemi di cui mi occupo tutti i giorni, infatti, mi sembrano all’improvviso banali, ordinari. Quasi un lusso. E quelli di queste persone troppo grandi e complicati perché ci si possa fare davvero qualcosa.
Dieci minuti di black out, senza che nessuno metta dentro la testa. Uno strano tipo carico di giacca a vento e borse che rimane impalato al centro della stanza. Acqua fuori, acqua dentro.
Poi, per fortuna, mi vengono a cercare la altre dieci fotografie: opere sociali e infrastrutture realizzate, nei mesi successivi, dalle Ong italiane presenti nel sud del Bangladesh. Cose concrete e utili che ricacciano nel fondo quel senso d’inutilità e di colpa che aveva spadroneggiato impunito per qualche minuto.
Ora la pioggia là fuori non dà più fastidio; posso uscire con giacca e ombrello dispiegato contro vento. E con qualche domanda in più sul mio posto e sul mio modo di stare al mondo.
Qui? Altrove?

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